Michela Murgia racconta quadri, e lo fa come ripassasse sue vecchie fissazioni, lo fa come tornasse a storie conosciute e tutte sue, private e per nessun altro a parte lei. Questo il suo modo di scrivere, denso come un quadro a olio con troppo colore, vischioso, pieno di luci a imitare un Caravaggio moderno. Scrive in modo ingenuo e tremendamente consapevole di ciò che è, racconta quanto è stato raccontato mille volte, e fino allo sfinimento, e lo fa dimenticandosi che esiste una tradizione letteraria. È giusto che lo faccia, si scrive solo quando si sfida il golem della letteratura, e per vincere contro la tradizione letteraria non hai che una strada: ignorare la tradizione, dimenticare che i romanzi di formazione sono un terreno impervio su cui sono rotolate, in caduta quasi libera, le migliori menti narrative degli ultimi cinquant’anni. Ma è un dimenticare apparente, perché la Murgia non dimentica niente della tradizione letteraria, rinuncia a una sua lingua, ma non rinuncia al ragionamento sulle cose, alla capacità di descriverle, alla voglia di poter dire: sono una scrittrice.

Scusate il prologo lungo senza indicazioni sul libro, ma è voluto. Il libro è L’incontro, l’editore Einaudi, le pagine 103 e costa 10 euro. L’incontro è ambientato a Crabas (Cabras), Sardegna, paese natio della Murgia. E il protagonista Maurizio, di dieci anni, torna al paese per le vacanze. Come sempre e come inevitabile, Maurizio imparerà a crescere, a dire io e non noi. Ad assumere una identità. Ormai i sogni sono diventati collettivi e i racconti sono diventati individuali. Ormai la letteratura popolare si lancia sui romanzi erotici e quella alta, importante e colta si lancia sui romanzi di formazione, quelli che portano all’individuazione del personaggio, alla formazione della personalità di chi viene raccontato. Sono due facce della stessa medaglia, erotismo e individualità vanno assieme. L’erotismo è una forma di individuazione del sé più elementare, il romanzo di formazione è qualcosa di molto diverso, intellettuale. Ma fa lo stesso. La scrittura ora è questo. Più che servire a capire e a capirsi, serve a definire i confini della propria individualità e personalità.

La Murgia è brava, scrive molto bene, con un istinto del ritmo della frase che le va indubbiamente riconosciuto. La trovo leziosa, un po’ spesso a dir la verità, e compiaciuta della sua bravura. Come quelle ragazze che diventano belle solo quando sono cresciute e per questo non riescono a staccarsi dallo specchio, e anche quando ne sono lontane è come lo avessero sempre di fronte. Voglio dire che il suo non è un talento naturale di scrittura, ma un bel lavoro di consapevolezza che toglie però quella grandezza nella scrittura, quella vera visionarietà, quel dolore intenso che negli scrittori compiuti e risolti c’è e si sente. Che tutto questo un po’ manca lo si vede bene da come utilizza gli avverbi, troppi anche se messi nel posto giusto. Gli avverbi sono come le spezie e i condimenti in cucina, esagerare mostra insicurezza dello chef.

Riconoscendo talento e bravura alla Murgia la inviterei per i libri futuri ad avere meno paura della letteratura ed averne molto di più si se stessa. Scavare dentro la personalità dei personaggi che ti sono distanti e che muovi con sapienza perché non possono farti danno non è difficile. Scavare dentro di sé, lasciando entrare quegli stessi personaggi fino a farti male è molto più difficile. Ed è in quel momento che gli avverbi e i vezzi letterari non ti servono più a nulla. Perché la letteratura diventa un deserto del tempo e un deserto dello spazio narrativo. Rimane solo una scrittura che ti si appiccica addosso come una salsedine e rivela chi sei e quanto vuoi metterti in gioco. Ricominciare da questo sarebbe proprio una bella cosa. Ed è più semplice di quando si creda quando si ha una voce da narratori. Come dice la Murgia in una pagina di questo breve romanzo: «La frasi elementari cadevano sulla tavola come sassi». Le frasi complesse invece sono piume e spesso vanno a perdersi molto lontano. Il pericolo è che poi le dimentichi.

@Il Messaggero, 25.8.2012