Ci sono rivoluzioni che si capiscono prima di farle, e rivoluzioni che si comprendono soltanto dopo. Le prime sono rivoluzioni che obbediscono a un’ideologia: come quella francese o quella russa. Le secondo sono rivoluzioni che non hanno un paradigma, che possa sorreggerle: sono sconosciute, silenti, lente, senza idee ma piene di cose. Non cambiano sistemi politici, non agiscono sul potere: cambiano nel profondo le sinapsi mentali, e finiscono per essere tremendamente efficaci, perché questo tipo di rivoluzioni sono irreversibili.

Da qualche anno la rivoluzione digitale è una realtà simile a un iceberg, in gran parte sommersa e poco visibile in superficie. Cambia i nostri gesti e le nostre abitudini, certo, ma cambia soprattutto il nostro modo di stare al mondo. Fino a qualche anno fa, ad esempio, il computer era uno strumento che serviva a supportarci, a estendere le capacità di lavoro, a fare cose che la mente umana non riusciva a fare. Calcoli complessi, equazioni, variabili difficili da tenere assieme solo con il pensiero. I francesi lo chiamano ancora ordinateur, ed è assai chiaro il perché. Gli inglesi e il resto del mondo: computer, da “to compute”, che significa calcolare.

Oggi i computer non servono per fare cose che noi non siamo in grado di fare. Ma servono a fare cose che noi facciamo benissimo senza computer, e con il minimo della fatica: a prendere un oggetto da una scrivania e buttarlo in un cestino, sfogliare le pagine di un libro come fossero vere, cliccare su tasti che azionano video, guardare le foto di famiglia e incollarle su un album. Servono a scrivere testi, cancellando parole, spostando blocchi di pagine con il copia e incolla. E ancora: disegnare, progettare edifici, persino telefonare. Mettere a punto il proprio diario su facebook o la propria timeline su twitter, imbucare una lettera.

Per fare tutto questo il computer utilizza software con codici molto complessi. Ma i computer sono responsabili dei nostri immaginari quotidiani. Da come è progettato un sistema operativo, da come viene decisa la forma degli oggetti, l’utilizzo dei colori, gli effetti grafici per muoversi sulle cosiddette scrivanie virtuali, noi cambiamo il modo di pensare e vedere il mondo. E se un tempo i computer imitavano soltanto delle scrivanie di lavoro, il cosiddetto desktop, piano piano sono diventati cassettiere, poi stanze vere e proprie, e si sono riempite di memorie vive, non soltanto di memorie archiviate, fino a diventare luoghi dei sentimenti. Abbiamo preso gli archivi privati e li abbiamo messi nei social network. Abbiamo aperto le porte delle nostre stanze segrete.

Solo che sono stanze virtuali. Quando si dice che niente ha fascino quanto un libro di carta rispetto a un ebook, non si tiene conto che l’ebook è l’ultimo baluardo, del digitale. Quando diventerà la normalità anche Gutemberg andrà in pensione. E cosa rimarrà? Movimenti di mouse al posto di movimenti del corpo? Neanche tanto. I dispositivi touch cambieranno il rapporto con le cose che facciamo. Le dita spostano oggetti senza muoversi nello spazio. Solo che tutto è dentro due dimensioni soltanto, su una superficie piana, senza profondità.

Difficile prevedere quello che accadrà. Come cambierà il nostro modo di percepire lo spazio e il nostro modo di percepire il corpo. Quanto le mani sostituiranno quasi tutti i movimenti quotidiani. Il virtuale è uno spazio piatto che prima o poi cominceremo a sognare come fosse uno spazio profondo. Ieri ho fatto un sogno, diremo, stavo dentro un software e mi muovevo tra cartelline e fotografie che non avevo mai scattato. Solo che il colore del desktop non era il solito, qualcuno me lo aveva cambiato…

Abbiamo bisogno di capire il prima possibile dove ci porterà questa rivoluzione. E dobbiamo sapere come fare per salvare i nostri corpi dalle dimensioni piatte e lineari in cui ci muoveremo sempre di più.

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Il sogno di scrivere Cotroneo