Brevità, scrittura, intensità, esperienza della lettura. Questi sono i temi su cui farsi molte domande leggendo un esile racconto di Mauro Corona pubblicato da Feltrinelli. Il racconto breve si intitola La casa dei sette ponti (pp.63, 7,50 euro). Ed è una bella storia, visionaria solo come può essere visionario un mistico della natura qual è Mauro Corona: curioso caso di autore, di alpinista, di scultore e di scrittore di best seller, tutto sommato e messo assieme.

Una storia semplice questa di Corona, scritta con una immediatezza e una semplicità che non è più una scelta stilistica, e non è più una cifra voluta, studiata per raggiungere uno scopo letterario. Ma è, direi proprio, un obbligo della modernità. Ovvero questo tipo di libri, questo tipo di racconti che potrebbero entrare per intero in una sola pagina di un quotidiano, tanto sono brevi, sono necessari alla diversa capacità di adesione e di concentrazione che hanno i lettori di questi anni. Al fatto che una certa lunghezza dei testi non è più possibile rispetto a un tempo. Qualcuno diceva che negli anni in cui si andava in villeggiatura ci si portava Guerra e Pace, perché si trattava di lunghi periodi. Oggi che si fanno spesso vacanze brevi i testi diventano corti, immediati e rapidi.

Inoltre la lettura, oggi più che mai, è diventata un’esperienza. Un’esperienza come il cinema, come gli atti unici in teatro, un’esperienza come un percorso di montagna, o una regata nei mari del sud, un’esperienza come stare in un Ashram indiano. E le esperienze chiedono continuità emotiva, e chiedono che non ci siano interruzioni di alcun genere durante la fruizione: dunque durano quel che durano.

La lettura è sempre stata qualcosa di opposto all’esperienza. Perché l’esperienza della lettura coesisteva con la riflessione della lettura. E questo significava soltanto una cosa: prima leggo 50 pagine di libro, chiudo, metto il segnalibro, e durante il giorno mi tornano in mente le parole, ci penso, le confronto con quel che vedo e faccio, e poi quelle pagine le metto ad asciugare al sole, per poi riprenderle, rivederle, riesaminarle, ripensarle. La lettura era un’esperienza emotiva mediata da altre emozioni.

Oggi invece è per la maggior parte dei casi una mera esperienza emotiva non confrontabile con altro, che trova nella sua autocompiutezza, nel suo bastare a se stessa, un senso e un’emozione. E Corona regala un’emozione rapida, immediata, sottile: come un raggio di sole che penetra inaspettatamente, perché ormai è il tramonto, da una finestra semiaperta.

Questo libro è un apologo, moderno e saggio, sulle cose del mondo che non hanno importanza, e sui valori a cui non dobbiamo rinunciare. In nessuna pagina c’è compiacimento o seduzione autoriale, in nessuna la voglia di stupire, o di mostrarsi bravi. E non c’è neppure moralismo, per quanto il linguaggio sfiori il racconto da favola. Se devo contestare a Corona qualcosa in questo breve testo dico che in più punti è eccessivamente lineare, in un mondo che ormai, anche dal punto di vista narrativo, non ha più nulla di lineare, ma è fatto di linee spezzate, di temporalità incerte, di pensieri e di memorie contraddittorie. Se devo trovare invece un punto di forza, lo vedo nella sua autenticità evocativa, nella volontà delle domande vere sulla vita e sull’esistenza che questo breve testo evoca e suggerisce a tutti noi. Con il tema costante del ritorno alla vita, del coma, dell’assenza, come preludio alla rinascita.

Saranno i temi di molti autori nei prossimi anni, perché l’esigenza di ritornare, quella di capire, e quella di rivisitare modalità dell’esistenza, convinzioni che nel mondo del futuro non hanno pù corso, è fortissima, e direi irrinunciabile. Lo consiglio questo librino. Si legge in poco, e si rilegge ancora più rapidamente, ma si tiene con sé come fosse un piccolo breviario di chi potremmo essere e di cosa potremmo scrivere. Poi, riguardo invece ai libri lunghi, ai lunghi racconti di centinaia di pagine, quella è un’altra storia, ed è soprattutto un’altra esperienza, tutta da capire forse, ma che rimane coinvolgente e affascinante.

[Il Messaggero, 21.7.2012]