Se vogliamo capire qualcosa di più del futuro della rete, e del modo in cui cambieranno i social network dobbiamo guardare agli affari di un signore che conosciamo tutti: Mark Zuckerberg. Un anno fa si è comprato, per una cifra di circa un miliardo di dollari, Istagram: il social network di fotografia che stanno ormai usando in molti. Poi è stata la volta di Face.com: un software che permette di riconoscere le facce e dare un’identità alle foto pubblicate sui social network. Allo stesso tempo, le aziende che producono smartphone, Apple e Samsung innanzi tutto, hanno reso sempre più sofisticate le fotocamere dei loro dispositivi, con una resa eccellente. Quando uscì l’iPhone 4S, Annie Leibovitz, grande fotografa del nostro tempo, lo consigliava come migliore fotocamera digitale.

Non è proprio vero. Ma sta accadendo qualcosa che vale la pena di osservare con attenzione. Non si tratta solo di poter condividere le fotografie con gli amici o i follower dei social network. E non si tratta neppure di raccontarsi in diretta, facendo un viaggio, con degli scatti estemporanei che anziché finire nell’album di famiglia, vanno dritte a tutti gli sconosciuti che vogliono vederle. Si tratta di qualcosa di molto più importante, e che sta cambiando le nostre vite.

E per capire cosa stia accadendo, credo si debba partire dalle pagine finali di un saggio del 1980 che ormai è un classico: La camera chiara di Roland Barthes. Barthes è stato un vero testimone del suo tempo. E quel saggio metteva a fuoco il ruolo della fotografia nel mondo contemporaneo. La fotografia era realtà, documento, attrazione. La fotografia era un mezzo per capire il mondo, riconoscerlo e dargli senso. Ma nelle ultime righe Barthes era quasi profetico e si chiedeva se la fotografia è pazza o savia: «è savia se il suo realismo resta relativo… è pazza se questo realismo è assoluto, e, per così dire, originale, se riporta alla coscienza amorosa e spaventata la lettera stessa del Tempo».

È quello che sta accadendo oggi: la fotografia è realismo assoluto, ed è tempo, ed è anche luogo. Gli smartphone permettono di localizzare il luogo della foto, il momento in cui è stata scattata. Un software come face.com arriva persino a leggere se siamo tristi o felici, analizzando le linee del volto. Instagram porta a un florilegio di scatti che non sono più fotografia, ma sono vita: ci sono quelli che postano la tavola imbandita, e quelli che postano un paio di scarpe in una vetrina. Il significato della fotografia non è più eternizzare un momento importante (la foto del matrimonio, o il battesimo del bambino) ma è portare tutti gli attimi dell’esistenza, anche quelli che non hanno un particolare significato, in una dimensione eterna. Fossilizzare la vita appena si compie, addirittura prima che si compia.

È una mutazione psicologica che i social network incoraggiano, al punto da spenderci miliardi di dollari in investimenti. E ormai lo facciamo tutti. Franz Kafka diceva: «si fotografano delle cose per allontanarle dalla propria mente». Aveva ragione, ed è sempre più così. E se prima la fotografia era la vita quando assume un forte significato emotivo e simbolico. Ora la foto diventa qualcosa che prende significato in quanto condivisione, e non come scatto in sé. Prende significato proprio per un vuoto di senso di molte cose che facciamo. Lo scatto un tempo era sguardo su qualcosa. Ora è sguardo rovesciato. Io scatto e condivido la foto non per raccontarvi cosa ho messo a fuoco, ma per chiedere agli altri chi sono, visto che fotografo una cosa anziché un’altra. Barthes diceva che la fotografia è senza avvenire. È accaduto il contrario. L’avvenire della fotografia è proprio nel fatto che l’abbiamo capovolta. Anziché cercare l’identità degli altri attraverso le immagini, abbiamo finito per mettere in primo piano la nostra.

(Sette del Corriere della Sera)