L’anima di Keith Jarrett è come l’arco di un maestro zen: tende a un centro ideale, ti porta alla nitidezza della musica e poi ti lascia quasi spossato, quanto lui, dopo che lo hai ascoltato e dopo che la tensione scende. Sono anni che giro attorno a Jarrett e non trovo una chiave. L’ho fatto diventare un personaggio di un mio romanzo, messo dentro E nemmeno un rimpianto, ne ho parlato ancora in un mio libro precedente che si intitolava Chiedimi chi erano i Beatles. Nei miei libri sulla musica ho chiesto a  Jarrett di aiutarmi se poteva. E ne sono sempre uscito con una inquietudine, con la sensazione che neppure lui può aiutare se stesso.

E allora voi che leggete questo articolo mettetevi seduti, e ricominciamo dall’inizio, perché qui ho delle cose da dire su di lui che non ho mai scritto prima, e che sono cose da dire sulla musica, sull’anima, sul desiderio, sulla mente che produce suoni attraverso strumenti meccanici, sui silenzi, sulle attese, sulla paura. E sul mistero. Perché Keith Karrett non è un pianista, è qualcosa di meno e qualcosa di più. Non è Thelonious Monk con il suo genio sconnesso, con quel modo imperativo di leggere il mondo con il suo pianoforte. E non è neppure Glenn Gould, genio disadattato capace di parlare con Bach e soprattutto capace di fargli cambiare idea sulla musica, a Bach, s’intende.

No Keith Jarrett che forse amate e che forse avete sentito in concerto, o su disco, in trio o da solo, o magari avete deciso di ascoltare da ora in poi è uno strano personaggio della creatività contemporanea. Un uomo capace di far fluire linguaggi incomprensibilmente diversi in un unico flusso che conosce soltanto lui.

Jarrett è una sorta di misterioso mago del teletrasporto, che trasforma i suoi pensieri e le sue sensazioni, il suo stomaco e le sue emozioni, e le rievoca in un si bemolle, in una scale ascendente di do minore diminuita, in un accordo di nona rivoltato come fosse un vecchio cappotto. Che ci fa con le note Jarrett non lo sappiamo, sappiamo meglio che fa con i suoi pensieri. Questo sì. Non sai nemmeno quanta tecnica pianistica abbia davvero: a che servirebbe saperlo visto che lui suona con l’anima? Visto che lui non improvvisa. I jazzisti improvvisano e improvvisavano, Jarrett scrive ologrammi e li tiene sospesi nelle sale da concerto. Per questo che non lo puoi disturbare e se tossisci, anche solo questo, si alza e se ne va. Rischi di spazzare via il pensiero che produce le sue note, che rende tutto questo possibile.

Se non suoni il pianoforte puoi pensare a Jarrett in molti modi. Magari pensi che ti annoia, o puoi ritenerlo un sublime genio capace di suonare note perfette come nessuno. Ma se sai suonare capisci che in lui c’è qualcosa che con la musica ha da un lato tutto a che fare (e questo è ovvio) e nello stesso tempo proprio nulla a che fare. Sono fibre nervose, sangue, muscoli, insensatezza. Passioni leggere e potenti, come un viaggio alla ricerca del senso dove il senso non c’è.

Quando Jarrett improvvisa riesce a trasformare il tracciato di un elettroencefalogramma in un affresco rinascimentale. Quando suona gli standard in trio o anche da solo traduce in un suo linguaggio, un linguaggio che neanche lui conosce, partiture che sono solo emozioni dell’anima per lui. Note che sono talmente tante, più delle sette tradizionali, più delle dodici della dodecafonia, più ancora di tutte quelle che si possono immaginare,  da impedire a chiunque di poterle riscrivere. La sua musica al pianoforte non esce dalle dita, di più: è dentro le sue impronte digitali, è nel suo codice genetico, è dappertutto. Passa dal nostro dna e va a finire chissà dove.

Quando suona musica classica non gli riesce allo stesso modo. Tra i pochi jazzisti che può passare da un repertorio all’altro senza fare brutta figura, ma rimane spento. Come se la tradizione musicale andasse a sbattere come un incidente prevedibile contro quel monumento interiore che è stato capace di erigere a protezione di se stesso. Non mi piace quando suona Bach, Keith Jarrett. E non so decidermi se le sue celebri improvvisazioni mi convincono sempre. Ma a che serve decidere cosa possa andare bene e cosa no? Sarebbe come amare una donna solo per la somma delle sue qualità. Sapendo che nell’amore, come nella musica niente si somma e niente si sottrae.

Mistico Jarrett: ha inciso le partiture scritte da Gurdjieff, ha meditato molto, ha cercato in uno strumento le risposte alla sua vita, e ha cercato anche, in molti concerti, di assorbire le domande del suo pubblico. È difficile da spiegare ma quando suoni così è un dialogo continuo, come un’oscillazione da equilibrista tra il silenzio del pubblico che ti ascolta e le note che suoni. Come una wifi dell’anima, diciamo così, che trasmette dati continui. In modo bidirezionale. Il pubblico suggerisce le note a Jarrett senza neanche saperlo e lui suggerisce al pubblico il modo di ascoltare la sua musica. Sapendo bene che non è più neppure sua quella musica, ma diventa il suono del mondo, la grazia di suonare attraverso un gioco sospeso.

Per questo di Jarrett non sappiamo niente. E continueremo a non sapere come suonerà in concerto il giorno dopo, se lo farà e come lo farà. E per questo è persino irritante idolatrarlo. Non si idolatra una cascata, o il versante di una montagna, un oceano. Si osservano, si studiano, si guardano ammirati, ma è la natura a fare questi prodigi. Ed è la natura di Jarrett a costruire tutto questo. Per me, di lui nella memoria delle mie dita, che ho il privilegio di avere rispetto a quelli che non suonano, ho la sua My Funny Valentine di Tokyo, quasi una monade musicale impenetrabile, e la dolcissima Be my Love di un album perfetto come The Melody at Night. Con tutto il resto della sua produzione ci si può discutere. È come essere teologi e dialogare con i filosofi scolastici. Ma con quel Jarrett apparentemente minore, ma che minore non è affatto, non puoi che guardarlo quasi fosse un dio nei primi attimi della Genesi. Ma un dio imperfetto e fragile, come soltanto lui sa essere, che ha imparato a canticchiare sui suoi brani per riuscire a sopportare certe solitudini delle sue note.

[© Il Secolo XIX, 15.7.2012]