Nel mazzo dei luoghi comuni critici e giornalistici che viene utilizzato di norma, ci sarebbero molto modi per iniziare questo articolo. E il modo più facile, quello più chiaro sarebbe questo: adesso abbiamo sodoganato Ian Fleming. Lo scrittore che ha inventato il personaggio di James Bond e dell’agente 007 è ora il volume numero 250 della collana Fabula dell’editore Adelphi. Una collana il cui primo volume, uscito ormai trent’anni fa era niente di meno che L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera.

Ma questo è un altro film. E i luoghi comuni li lascio a quelli che se li coccolano da sempre e sono stati complici di un modo di far cultura in questo paese che ha generato i danni che vediamo ogni giorno. L’idea di pubblicare per Adelphi, da sempre il più snob e il più cool tra gli editori italiani, un autore popolare, seriale, e in apparenza non letterario come Fleming è una buona idea, e andava messa in pratica già negli anni Sessanta. Ma noi eravamo un paese impegnato, un paese dove la letteratura era politica: una politica che ancora oggi ci ammorba ogni poro dell’informazione, dei social network e di qualsiasi cosa provi a respirare liberamente in questo benedetto paese. Umberto Eco aveva già scritto un saggio, poi confluito nella raccolta Il superuomo di massa, negli anni Settanta, che si intitolava Le strutture narrative in Ian Fleming. E analizzava il romanzo popolare in una chiave moderna e intelligente, come sa far lui.

Ma giusto Eco, per il resto siamo stati un paese con una cultura tutta da scrivere e da costruire, che per eccesso di debolezza ha sempre ritenuto i modelli letterari da seguire quelli più alti possibili.

Curioso che Adelphi, pubblicando ora Casino Royale (pp.227, 16 euro) spiazzi tutti, ma lo faccia con il suo solito snobismo. Affidando la traduzione del libro a colui che a mio avviso è il più grande traduttore italiano dalla lingua inglese: Massimo Bocchiola. E poi mettendo in appendice, un colto, laconico e sofisticato saggio di Matteo Codignola, alter ego vero e proprio ormai di Roberto Calasso.

Il tutto è una sorpresa che non può non rallegrarmi. Rileggere Fleming tradotto con tanta classe da Bocchiola, che arriva persino a migliorare qualche sciatteria originale del romanzo e si comporta con Fleming come avrebbe fatto con Pynchon è una esperienza imperdibile. L’edizione è bella, con un gruppo di fotografie all’interno che valgono il libro. La cura dei particolari merita un plauso. Ma fatto il volume di Fleming, potremo dire così, ad Adelphi tocca inventare i lettori di Fleming. Come dire: fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani.

E la cultura italiana si comporterà in vari modi di fronte a questo piccolo gioiello. Ci saranno quelli che arrivano al massimo a Fleming e che lo trasformeranno nel loro René Daumal, senza sapere chi mai sia stato Daumal. Ovvero: quelli che si sdoganano da soli cattive letture e altro ancora. Un po’ come un codono di abusi d’ignoranza.  Poi ci sarà un’altra categoria di ignoranti, i più pericolosi,  fatta di quelli che hanno letto moltissimo ma non capiscono niente, che alzeranno le spalle e penseranno: cosa si inventa Calasso per fare lo snob, ma sono soltanto sciocchezze. E infine c’è una terza categoria che potrà chiedersi se non abbiamo perso anni, se non era il caso di sprovincializzare una cultura lenta, monolitica, pesante e assai poco pensante. Fatta di veti, di idiosincrasie, di libri all’indice, di autori detestabili, di monumenti al nulla. Non basta questa uscita di Fleming, come nel passato non è bastato ripubblicare il Simenon dei Maigret in nuove e belle traduzioni, sempre per Adelphi. Ma oggi, e mi si perdoni il paradosso, questa è un’operazione che serve al nostro mondo culturale quanto l’edizione di Nietzsche fatta da Colli e Montinari sempre per Adelphi è servita nel passato a trasformarci in un paese europeo. E alzino tutti il sopracciglio a questa affermazione. Ce ne faremo una ragione, comunque. Con questo caldo poi.

[© Il Messaggero, 14.7.2012]