Non chiederti cosa può fare il web per te, ma semmai cosa puoi fare tu per il web. E soprattutto cosa potresti scrivere sui social network. Sta accadendo qualcosa che sfugge alla maggior parte delle persone. Sfugge per lo snobismo di quelli che dicono: su twitter e su facebook non mi iscriverò mai, sono cose che non mi appartengono. Sfugge a quelli che sostengono che i social network sono dei luoghi dove al massimo ci si può informare e capire qualcosa di più del mondo. Sfugge a quelli che credono siano invece uno strumento per chiacchierare del più o del meno, trovare la battuta più brillante, come si fosse a una festa o a una cena in società. E sfugge – ancora – a chi invece pensa che postare su facebook e twittare siano un buon modo per fare marketing.

Niente da dire. Funziona anche così, ma non funziona solo così. Le cose stanno proprio cambiando: sta accadendo che abbiamo esteso fino all’inverosimile la cultura del frammento, l’incompiutezza dei nostri ricordi e abbiamo messo tutto questo dentro i social network. Parliamo di musica e di film, di pensieri e di citazioni preferite, di poeti ritrovati e di ricordi rimessi in bella in quei 140 caratteri utili per condividere con gli altri quello che siamo, e confonderci. Abbiamo trasformato lentamente i social network, senza che molti media se ne accorgeressero troppo, da luoghi dell’esibizionismo, luoghi del mostrarsi per quello che si fa, in luoghi dell’anima, in luoghi dove finalmente l’identità prende un suo ruolo sempre più importante, e dove il privato e il pubblico sono divisi sempre meno, sono una linea sottile, fragile, impercettibile.

Sta accadendo che i social network, in tutte le loro differenze, con tutti i distinguo che si possono fare, hanno assunto un ruolo emozionale. Ovvero sono diventati letteratura per i molti che li usano. E non una letteratura qualunque ma qualcosa che sta a metà tra la scrittura di Roland Barthes e l’aforisma. E per molti è diventata una vertigine. Un modo nuovo di pensare il mondo anche fuori dai social network, nel lavoro di tutti i giorni, nei rapporti personali.

Il testo, la musica, l’arte, la fotografia, il cinema, e in generale anche le immagini sono manipolabili, citabili, ricostruibili come fossero dei Lego della modernità, dei Lego pieni di senso che nessuno prima sapeva davvero come usare. Il lato emozionale dei social network ha fuso inconsci, per dirla con Jung, trasformandoli in collettivi, generando altri mondi e altre scritture. Ha cercato risposte in domande che si fanno nel vento del web, e a sua volta ha generato domande che nessuno prima aveva pensato esistessero. Siamo di fronte a una lenta rivoluzione sociale e culturale, che forse sarà lunga, e troverà molte resistenze. Ma che potrebbe cambiare tutto. Come certe correnti artistiche e filosofiche hanno cambiato la società dell’inizio del secolo scorso, o degli anni 60 del Novecento.

Non servono gli snobismi. Facebook e Twitter scompariranno, nasceranno altre cose che li sostituiranno. Ma non si fermerà questa nuova forma di postmoderno. L’avere tutto a portata di memoria cambia gli orizzonti. Qualche giorno fa un amico mi ha raccontato una storia. Aveva sognato una canzone yiddish che non sentiva più da quando era bambino. Una canzone importante per lui. Mi ha detto: nel mezzo della notte ho preso lo smartphone dal comodino, sono andato su youtube, l’ho ritrovata e l’ho risentita subito, 50 anni dopo. Poi mi sono riaddormentato. Ho riafferrato il sogno e la canzone aveva tutte le note e le parole precise. E la mattina dopo l’ho postata su twitter.

Vale per tutte le cose. Vale per i film, vale per i pensieri e vale per i ricordi. Cambierà tutto. E i frammenti di un discorso sui social network è un libro che ormai si scrive ogni giorno, in quello spazio del web che ormai è lo spazio delle nostre pubbliche emozioni.

[Sette del Corriere della Sera]