Non ho mai avuto alcuna simpatia per Karl Kraus. Da ragazzino, quando si leggevano i libri che contavano, Detti e contraddetti, volume adelphiano, sembrava più una reliquia da venerare piuttosto che un libro intelligente e contraddittorio. Ma io non riuscivo a capire dove iniziasse l’intelligenza e dove finisse il livore. L’idea del sarcasmo, dell’ironia più o meno sottile, del motto di spirito, del pessimismo irrimediabile come vera e unica chiave di lettura del mondo è un’idea vecchia e tanto chic. Un uomo cattivo è sempre più interessante di un uomo buono. E qualcuno ci ha messo del suo quando diceva: «Preferisco il paradiso per il clima, ma l’inferno per la compagnia». In realtà i livorosi, gli intransigenti, i cinici, i distaccati, quelli tutti d’un pezzo soprattutto nel cervello, ovvero incapaci di sfumature e di intelligenze multiple, sono dei romantici non riusciti, sono dei romantici contratti, un po’ come quei soufflé che non crescono, e rimanendo nel forno così come sono, finiscono per comunicarti un solo concetto: non è detto che le cose debbano sempre riuscire.

Riprendere in mano oggi un altro volume di Karl Kraus, ovvero Essere uomini è uno sbaglio. Aforismi e pensieri (a cura di Paola Sorge, Einaudi, pp.104, € 9.50) non mi fa cambiare idea, anzi. E capisco la provocazione, capisco anche un certo sconcerto in chi mi leggerà, ma trovo raramente, dietro il cupo giudizio su tutto e tutti, dietro il pessimismo cosmico, dietro l’orrore per la modernità, per il mondo qualunque, quello di ogni giorno, trovo raramente dicevo, qualcosa che mi stimoli davvero: l’intelligenza delle cose, il saper guardare profondamente il mondo, e comprenderlo dentro di sé, che è una delle virtù che scrittori e letterati dovrebbero provare ad avere.

La cattiveria e il sarcasmo sono una droga facile. Colpiscono nel segno e suscitano ammirazione. Sembra che intelligenza e ferocia nel giudizio debbano andare assieme, e siano inscindibili. Ne so qualcosa, per mia storia personale, e non mi è mai piaciuto. Per anni ho pensato che avrei scritto prima o poi un libro intitolato: Stroncature eccellenti. Dove demolivo, come un esercizio di stile messo a punto a dovere Manzoni e Dante, Ariosto e Verga, Svevo e Pirandello. Si può fare sempre, si può fare comunque. Si tratta di un esercizio retorico. Come è esercizio retorico, figlio di un disagio inconfessabile, essere così nichilisti, così distaccati e così apparentemente lucidi nel giudicare il proprio tempo.

L’aforisma poi è il modo più efficace perché non argomenta, non illumina le cose come una fonte di luce naturale. Ma è un flash fotografico che scatta all’improvviso e a distanza molto ravvicinata e lascia poi nelle fotografie del reale gente dell’espressione incredula, stralunata, buffa e goffa. Il flash di Kraus è un flash di talento, e il suo stile è stato imitato da centinaia di altri autori che non hanno mai avuto il coraggio della verità e della libertà del giudizio. E se per Kraus, con tutta la distanza che posso avere da un autore come lui, alla fine rispetto il momento storico, e il suo ruolo nella cultura del suo tempo (ed è molto bello il saggio introduttivo di Paola Sorge) per gli aforisti post-krausiani in generale ho un’allergia che mi viene dalla vita.

Eppure, e questo Kraus non lo avrebbe previsto, persino i suoi aforismi, persino quel non credere continuo alla scrittura, quel suo svilire pensieri e azioni, letture e comportamenti, non regge alla prova del tempo. Perché il tempo ha tolto la patina dorata e luccicante della brillantezza di allora e restituisce i suoi pensieri nella loro realtà. Sono i lamenti di un uomo solo che utilizza il paradosso come forma di espressione. Un esibizionista che dice di non volersi esibire, uno scrittore che commenta con sprezzo l’inutilità della narrativa e intanto scrive lui stesso. Oggi, a noi sembrano solo dei vecchi trucchi, per quanto molto intelligenti. Ma un autore che non sia stato capace di far scoprire un mondo, un libro, una poesia, e che non sia stato mai capace di meravigliare in positivo i propri lettori ha sbagliato. E non se ne fa più niente della propria arguzia.

[© Il Messaggero, 23.6.2012]