[Il mistero dell’incontro tra Sean Connery e Umberto Eco, in: Sean Connery, a cura di Mario Sesti, Milano Electa, 1976]

Ci sono leggende che aleggiano ormai da anni sull’incontro di  Umberto Eco con Sean Connery. Si potrebbe dire che le prime risalgono addirittura al medioevo, tanto sono fantasiose e impossibili. In realtà la storia di Connery e di Eco ha radici lontane e va raccontata con un minimo di rispetto dei tempi. In molti si sono chiesti come e perché Eco avesse chiesto e desiderato che fosse il grande attore scozzese a interpretare la parte di Guglielmo da Baskerville nel film che avrebbe girato Jean-Jacques Annaud dal suo più celebre romanzo: Il nome della rosa. Perché nelle leggende che si sono susseguite questo è un punto fermo. Eco, che non ha mai avuto grande passione per i libri che diventano film, e soprattutto per i suoi libri che diventano dei film, decide assieme al suo editore di vendere i diritti cinematografici del suo primo e celebre romanzo proprio al regista de La guerra del fuoco, film che lo scrittore italiano aveva amato molto.

Annaud, per chi lo conosce, è uomo colto, spiritoso, grande affabulatore, e soprattutto è francese. Sono tutte qualità che, aggiunte alla bravura nella regia, piacciono molto a Umberto Eco. Le sceneggiature del libro si susseguono, Annaud è appassionato ed entusiasta. Tutto procede, ma Eco, che nel frattempo di Annaud è diventato amico, ha questo desiderio. Vuole che James Bond diventi il suo frate medievale. Il suo frate investigatore.

Il perché di questo desiderio risale ai primi anni Sessanta, quando Eco scrive un breve saggio che allora fece scalpore: Le strutture narrative in Ian Fleming. Un saggio sull’inventore di James Bond. Il giovane filosofo Eco si occupava di letteratura popolare nell’epoca in cui i filosofi si occupavano di Hanna Arendt, e si occupava di letteratura popolare come quella di Fleming, di fumetti come i Peanuts, dei disegni di Peynet, di feuilleton come I misteri di Parigi di Eugene Sue, o della letteratura rosa di Carolina Invernizio con le metodologie più sofisticate. Dopo divenne moda, ma allora era geniale. Il saggio su Fleming del giovane Eco dimostrava la sua passione per le spy stories. Ma anche il suo divertimento per i film interpretati da Connery.

Anni dopo, questa passione antica si è concretizzata in qualcosa d’altro, o meglio in una opportunità. E qui però il discorso si fa più sottile. Perché se la vera natura dell’incontro tra Eco e Connery la rivelerò soltanto alla fine di questo testo (ed è giusto che io mi prenda il mio tempo, visto che siamo in clima di spie, agenti segreti e libri gialli), il rapporto intellettuale tra l’idea dell’agente segreto incarnata da Connery per Fleming, e quella descritta nel romanzo medievale Il nome della rosa di Umberto Eco va analizzata con attenzione.

Molti sanno che Eco comincia a scrivere il suo primo romanzo tra il 1978 e il 1979. E che l’origine del suo romanzo sta in un’idea che poi non metterà in pratica. Eco dice infatti che avrebbe all’inizio voluto scrivere di un frate di quegli anni che investigava su vari delitti e che leggeva il “Manifesto”. Un romanzo contemporaneo, insomma. Poi cambia idea. E decide di ambientarlo nel medioevo. Il perché è facile da capire. Il medioevo è l’epoca storica che Eco conosce meglio. Ma il medioevo è anche il luogo in cui può nascondere meglio le tracce della modernità. Prima fra tutte, la sua passione per la letteratura di genere. Dunque la domanda è: Eco, quanto aveva in mente Connery mentre descriveva il suo Guglielmo? A prima vista si direbbe poco. Intanto c’era una distanza storica notevole, tra Bond e Guglielmo da Baskerville. E poi Guglielmo è un intellettuale che investiga, è un uomo colto, mentre Bond è tutto donne da sogno, azioni spericolate, e macchine fantascientifiche. Ma è solo un equivoco, perché le cose non stanno esattamente così.

Eco sa bene quanto fosse spericolato e pericolosissimo, ad esempio, viaggiare per l’Europa ai tempi di Ludovico il Bavaro, ovvero nella prima metà del 1300. Ed Eco sa bene quanto fosse difficile e assai arduo investigare in quei tempi. Regala a Guglielmo tutta la tecnologia necessaria per farlo: Lenti particolari, conoscenza di vari tipi di veleni, conoscenza delle lingue, mezzi di locomozione all’epoca efficaci, capacità di districarsi in labirinti complessi, sangue freddo nel non farsi terrorizzare da specchi deformanti. Persino forza fisica e agilità nel non finire bruciato dentro la biblioteca. E non solo, come ogni agente segreto che si rispetti, dota Guglielmo della capacità di capire come cavarsela con i poteri forti e contrapposti: l’ordine dei francescani, il potere dell’Inquisizione, il papa, e persino gli eretici dolciniani. Insomma non manca nulla, eccetto le donne, va da sé.

Non ho elementi scritti, per dire che Eco si sia ispirato a Bond, e dunque a Connery nel descrivere il suo Guglielmo, ma molti indizi portano a questo. E ho elementi per dire che uno come Eco non ha scritto all’inizio degli anni Ottanta Il nome della rosa, per poi vederne realizzato un film. Ma nel momento in cui ha aderito al progetto, seguendolo da lontano, e con discrezione, certamente ha fatto tornare alcuni conti iniziati con la scrittura del suo romanzo.

E Connery? Un attore è soprattutto una spugna, uno che assorbe tutto quello che gli sta attorno. E un grande attore sa prendere il meglio dalla sceneggiatura e dal regista che lo dirige. Per Connery Il nome della rosa fu una ripartenza. Non era più Bond, perché l’età non glielo permetteva, e non era ancora diventato l’attore maturo e intenso che ricomincia la sua carriera da film come Gli intoccabili. In quel momento Connery è ancora in un limbo. Annaud lo dirige con discrezione, ma con un’idea in testa. Non si trattava di trasformare Bond in un intellettuale medievale. Si trattava di trasformare un monaco medievale in un agente segreto a suo modo moderno. Si trattava di mettere in Guglielmo quello che Guglielmo non poteva che essere, perché Eco lo aveva voluto così. Ovvero: un uomo di avventura.

Il Guglielmo di Connery è questo: un signore che usa il cervello per fare delle cose e risolvere dei problemi, un James Bond, uno su cui avrebbe potuto scrivere Ian Fleming. A rivedere oggi il film di Annaud si capisce che non c’è nessuna forzatura, che Connery non si mostra diverso da ciò che era sempre stato. Poi non può trasformare la sua auto in un veloce motoscafo, o inventarsi qualche diavoleria per sfuggire ai suoi inseguitori. Ma di molte altre cose è capace nel film, più medievali, ma certamente ugualmente sorprendenti.

Dunque Eco aveva ragione. Come aveva ragione Annaud a scegliere e accettare Connery. E mentre si girava il film, con una location che stava dalle parti di Fiano Romano, nella campagna a nord di Roma, Annaud decide di far incontrare per la prima volta il suo attore protagonista con il celebre scrittore. Connery sta in una roulotte. Eco entra da solo. Passa più di un’ora e tutti immaginano che stiano parlando di nominalismo medievale, del vero significato della frase “stat rosa pristina nominae…”, o forse di chissà che altro. Eco esce dopo un’ora e mezza vagamente perplesso, si rivolge ad Annaud e commenta: «mi ha parlato tutto il tempo soltanto di calcio». Tutti sanno che Connery è un appassionato di calcio come nessuno. Forse in pochi invece sanno che Umberto Eco non distingue un campo di calcio da un campo da tennis, che ha una sensazione di straniamento ogni volta che qualcuno cerca di coinvolgerlo in una discussione calcistica, perché non gliene importa assolutamente nulla. Ma se Connery ha parlato solo di calcio, ed Eco ha chiacchierato con lui per più di un’ora, cosa si saranno detti veramente i due? Il giallo è aperto. Nessuna spia riuscirà mai svelarcelo. Eccetto Bond, o forse Guglielmo da Baskerville, o forse tutti e due, racchiusi nello stesso personaggio. Se avessero davvero voglia di dircelo.