Da anni sono convinto che la letteratura appartiene alla filosofia. È come l’etica, l’estetica, o la teoretica. E in qualche caso la letteratura riesce ad essere anche una teologia vera e propria. Uno scrittore prima di iniziare un romanzo si pone domande che sono simili a quelle che si fanno i filosofi. Si chiede in che mondo sta entrando, che regole ci sono in quel mondo, che senso ha tutto quello che farà accadere, se per i propri personaggi esiste un senso, una salvezza, un punto di arrivo. E via dicendo. Se non fai questo non scriverai mai dei romanzi che arrivano davvero ai lettori, libri che possano cambiargli destini, opinioni, parti di vita.

Witold Gombrowicz è l’autore di almeno un libro memorabile Ferdydurke. E dunque è un romanziere, ma non è stato soltanto un romanziere nella sua vita. È stato una figura di scrittore, di filosofo e di intellettuale non afferrabile e totalmente eclettico. E io amo gli eclettici, perché solo spostando i piani delle cose si riesce a guardare in profondità, e a capire qualcosa di più della vita che viviamo e di quella che vorremmo vivere.

Negli ultimi mesi della sua vita, ormai malato e disperato per il dolore che doveva sopportare ogni giorno, Gombrowicz decide di tenere una serie di lezioni di filosofia per la moglie Rita Labrousse: erano i mesi di aprile e maggio 1969. (Corso di filosofia in sei ore e un quarto, Bompiani, pp.155, euro 12) Lo scrittore si preparò con attenzione, cercando di spiegare la sua idea della filosofia e prendendo in esame una parte della filosofia moderna e contemporanea. In particolare Kant, Hegel, Schopenhauer, Sartre, Heidegger, Nietzsche, Kierkegaard. E girando attorno al tema filosofico dell’esistenzialismo. È un po’ il testamento spirituale e umano di Gombrowicz, ed è una grande lezione di non metodo

Raramente i non filosofi hanno un’idea chiara di cosa sia la filosofia. Da alcuni considerata una sorta di speculazione libera e vaga. Da altri un sapere fitto di nozioni complesse. Da altri ancora un modo per capire meglio vite e destini, e rendere più sopportabili dolori. In realtà la filosofia, e Gombrowicz lo capisce molto bene, è una vera e propria questione privata. Si può ordinare storicamente ma serve a poco. Si può rileggere in modo sistematico, ma diventa inservibile. O si può esplorare come un’isola, e piantarci altri alberi, curare alcune piante, costruire una capanna. E starci dentro. La filosofia è un’isola in cui andare a vivere per ritrovare le parti perdute e profonde di noi. Sono dialoghi silenziosi con signori che si sono fatti, molto meglio, le nostre stesse domande.

E Gombrowicz queste domande le attraversa, le smonta, le tiene con leggerezza. Come quelli che sanno esattamente dove è il fulcro della leva che permette di sollevare un peso come fosse una piuma. Ma senza alcuna semplificazione, senza nessun vezzo, e senza nessuna volontà di rendere troppo didascalico nulla. Quando mette a punto queste lezioni Gombrowicz sa che di lì a poco morirà. E cerca conforto nella filosofia, come facevano  gli antichi. Facendosi le stesse domande degli esistenzialisti. Cercando di trovare il senso dell’essere-nel-mondo heideggeriano, o l’angoscia della libertà di Sartre, o l’idea del tempo in Nietzsche.

Il Corso di filosofia in sei ore e un quarto, è principalmente questo. È un cercare. Ed è un libro pieno di intuizioni, certo. Ma prima di questo è un libro che insegna a non aver paura delle idee, e stare vicini agli autori, a quelli grandissimi, senza la paura di restarne schiacchiati. È uno di quei libri che ti insegnano a liberarti della cultura come fosse qualcosa di punitivo, e di tenerla come si terrebbero in tasca le chiavi di casa. Non le perdi, ti fanno entrare in un mondo, sono importanti e ce l’hai sempre dietro, ma sono chiavi, e nulla di più. Loro aprono la tua porta, ma dietro quella porta sei tu che devi arredare il tuo immaginario e riempire i tuoi spazi. Le chiavi di Gombrowicz raccontano proprio questo. Se vai oltre la spiegazione filosofica capisci che c’è il suo metodo, il suo mondo, la sua scrittura. Ed è moltissimo.

[© Il Messaggero, 16.6.2012]