Tutto il nodo della narrativa contemporanea è nel suo rapporto con il cinema. E ancora di più nel suo rapporto con il vedere. E siccome il vedere ha un rapporto stretto con il tempo. Il punto è: come si raccontano le storie in questo terzo millennio? Attraverso quale tempo? Attraverso quale luce possiamo mettere in fila eventi e cose?

Non è una domanda da niente. È la domanda che tormenta buona parte degli scrittori, tormenta gli editori quando cercano di capire cosa pubblicare. Tormenta i critici, quelli scrupolosi s’intende, quando devono giudicare un testo. Perché noi sappiamo che raccontare una storia significa innanzi tutto lasciare che i lettori possano muoversi dentro quella storia. Ed è un po’ come un sole che sorge è comincia a illuminare una a una le cose del mondo. La letteratura illumina in modo progressivo. Il cinema illumina tutto. In modo indistinto, regala emozioni che vanno a perdere rapidamente. La letteratura è una caccia al tesoro per le emozioni, ti lascia bigliettini, tracce, oggetti che ti indicano la direzione, ma poi la direzione devi prenderla tu. E in questi due estremi, in queste narrazioni contrapposte ci muoviamo ogni giorno. Passiamo da una all’altra, e talvolta persino le confondiamo.

Non ho l’abitudine di recensire gli esordienti, una regola aurea dice che l’esordiente non si giudica, lo si lascia navigare e si aspetta il suo secondo libro. A meno che la prova non ti convinca a tal punto da meritare un recensione, e subito. Sandro Bonvissuto con Dentro (Einaudi, pp.170, euro 17,50) convince proprio, persino stupisce. Si tratta di tre racconti, il più importante, il più lungo è il primo, che è una storia carceraria. Poi Dentro ha altri due racconti più brevi, leggermente diversi, più da romanzo di formazione, persino più poetici. Ma tutti i tre sono racconti che spiegano molto di questo giovane uomo di 42 anni. La prima cosa è la più immediata: Bonvissuto ha studiato filosofia, e non letteratura. E si capisce da ogni pagina che scrive. E non perché i filosofi fanno i filosofi nei libri che scrivono. E neppure perché hanno, diciamo così, un approccio speculativo. Ma perché hanno un senso molto forte della costruzione narrativa, della logica narrativa, una cosa che i letterati non hanno di solito.

I racconti di Bonvissuto sono una scommessa vinta. Lui mostra le cose con attenzione, una dopo l’altra, apre e chiude porte delle case che costruisce. Racconta senza entrare nel racconto, ma non si tiene a distanza. Aderisce ai personaggi che descrive e li ama, ma di un amore sospeso, discreto, quasi in silenzio. Dentro è un libro pieno di immagini, di spunti, di sorprese. La descrizione del carcere, ad esempio, nel racconto “Il giardino delle arance amare” sembra un quadro di Hopper. I suoi colori sono saturi, ma le tonalità sono scelte con rigore. Senza esagerare, senza invadere il lettore. Il dramma della detenzione è tutta in quell’immagine che lui descrive: «Nel giardino davanti a casa mia c’è un albero di arance amare… non sono buone da mangiare. Queste arance stanno lì sull’albero, poi cadono a terra. Non servono a niente. Eppure esistono».

Sono pensieri della vita distratti alla vita per diventare narrativa, quelli di Bonvissuto. E quando leggi ti viene voglia di sottolineare molte cose, di prendere appunti. E se il primo racconto è suggestivo, l’ultimo, che si intitola “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta” è un piccolo gioiello. Di quelli che brillano a intermittenza. E che cambiano colore di continuo.

Se dovessi trovare un solo difetto in queste pagine, ma che è un difetto relativo, avrei rivisto la struttura delle frasi e la paratassi. Alle volte è una scrittura con un po’ di respiro affannato. Mentre da uno come lui ti aspetteresti un respiro più lungo. Una scrittura di cose, di oggetti, di visioni (ma senza essere visionaria) ma anche una scrittura del silenzio. E il silenzio in letteratura è tutto nel modo di accordare la struttura del periodo. Ma sono dettagli questi, ragionamenti su un bel libro che merita. E su un esordiente convincente.

[© Il Messaggero, 2.6.2012]