Abbiamo bisogno di poesia, abbiamo bisogno di scrittura, e abbiamo bisogno di capire. Sta cambiando tutto, stanno cambiando i generi. E se prima il rapporto tra autore e lettori era leggibile in una chiave facile e comprensibile, oggi è tutto stravolto. Merito dei social network che hanno scoperchiato narrazioni di ogni genere, le storie personali, e hanno acceso condivisioni. In questo modo cambiano i linguaggi e cambiano i modi di pensare la scrittura. E i punti cardinali vengono ogni volta sconvolti e spostati. E allora devi chiedere aiuto a un libro particolare, al libro di una teologa scomparsa due anni fa, Adriana Zarri. Einaudi ha raccolto gli ultimi suoi saggi in un libro intitolato Teologia del quotidiano.

Perché parlo di Adriana Zarri? Intanto perché è stata una delle menti pensanti più interessanti che abbiamo avuto negli ultimi trent’anni. E se i miei lettori non conoscono i suoi libri spero possano incuriosirsi e vadano a cercarsi le cose che ha scritto. E poi perché nell’ultima fase della sua vita la Zarri ha mescolato assieme teologia e poesia, misticismo e parola. I saggi di questo libro sono diversi tra loro, e non tutti servono a questo discorso. In alcuni casi il suo è un pensiero tutto dentro il tema della Chiesa e della fede. Ma soprattutto il primo saggio, e l’ultimo, che è quasi un testamento spirituale, mi hanno molto colpito. Il primo saggio mi colpisce perché è tutto dentro il divenire della divinità. L’idea che la persona trinitaria è fluttuante nella sua divinità, ed essendo fluttuante riconosce se stessa, e si confronta. Esattamente il contrario della divinità che siamo abituati a pensare, la divinità del pensiero greco, del motore immobile, del motore primo da cui derivano tutte le cose. Un dio fermo e inalterabile, e poco rassicurante, ma soprattutto uniforme: «Confondere l’unità con l’uniformità significa misconoscere questo processo in cui risiede l’identità del nostro Dio e delle sue diversità: un peccato antitrinitario. Lo stesso peccato, la stessa misconoscenza del Dio nostro, che si compie ogniqualvolta si confonde l’elementare con il semplice (di mezzo c’è il passaggio nel complesso), l’istintuale con il libero (di mezzo c’è la pedagogia della legge), l’afasia col silenzio (e in mezzo c’è il discorso), l’isolamento con la solitudine (e in mezzo c’è il rapporto)».

Folgorante. Come folgoranti sono molte parole di questo libro, che cerca di raccontare cosa sia la teologia del quotidiano. Ed è proprio nella teologia del quotidiano che si compie il cosiddetto lavoro letterario. Ormai è chiaro a tutti che la necessità di scrivere e di raccontare sta perdendo sempre di più la sua parte narcisistica, il suo modo esibizionistico, e sta entrando in un nuovo modo di pensare la narrativa e la poesia, e che ha a che fare con l’identità, con il riconoscere se stessi, attraverso le proprie narrazioni.

È una cosa che sta contagiando tutti e che interessa tutti, basti solo pensare al modo in cui un social network come twitter stia evolvendo da una direzione informativa di news a una direzione spiccatamente emozionale.

Per capire dove va la letteratura servono più libri come questo, piuttosto che i saggi sulla letteratura. Nelle ultime pagine del volume della Zarri c’è una frase su cui si dovrebbe riflettere a lungo: «Il poeta è ponte tra l’Assoluto e il tempo: non può tradire Iddio parlando, e non può tradire l’uomo tacendo; il risultato è un’espressione tutta particolare che non è più discorso umano e non è ancora Verbo assoluto e silenzioso».

Attraverso questi saggi ci spieghiamo questo bisogno di poesia e di scrittura che corre sempre più per il mondo in un tempo che credeva di non dover più fare i conti con l’Assoluto e con il silenzio, con la percezione di stessi e con la capacità di raccontarsi. Ed è su questo che si scriveranno i libri del futuro, con strutture e generi che ancora non conosciamo.