Rileggendo le recensioni di questi mesi mi accorgo che il tema centrale, sempre più evidente, è dato dal rapporto tra narrativa e verità. La narrativa contemporanea ha un problema con il vero. Con l’imitazione del vero, con lo stravolgimento della realtà che serve a capire qualcosa di più di quello che accade.

Solo che la narrativa non è più sola, come un tempo, a presidiare i cancelli del mondo per spiegarlo, per renderlo leggibile, in una visione d’insieme a tutti quelli che vogliono capirlo. E per almeno tre motivi. Il primo è che il mondo è infinitamente più grande e globale rispetto a quello che conosceva Proust, e addirittura a quello di Tolstoj. Il secondo motivo è che le forme di scrittura sono moltissime. Il romanzo non è più un continente da visitare. Ma è un una grande isola circondata da atolli: e gli atolli sono i social network, e tutte le scritture che conosciamo e che corrono per il mondo. Il terzo motivo è linguistico. Le lingue stanno uniformandosi perché si uniformano i pensieri. E dunque i libri sono sempre più simili tra loro, e spesso lontani per noi.

Tahar Ben Jelloun è un esempio di tutto questo. Ed è un esempio interessante. Il suo Fuoco (Bompiani, pp.80, euro 8 euro), scritto in francese, da un autore marocchino, è, come dice il sottotitolo: una storia vera. Ed è la storia vera di Mohamed Bouazizi, un giovane trentenne che in Tunisia si diede fuoco il 17 dicembre 2010. Si diede fuoco perché, nonostante fosse laureato in storia, nonostante avesse una fidanzata, dei fratelli più piccoli, avendo perso il padre improvvisamente, e avendo una madre malata, non riusciva a lavorare, e neppure tenere il banchetto ambulante di frutta e verdura che era del padre. Mohamed è diventato un simbolo per la primavera araba. E la storia raccontata da Ben Jelloun è un modo per ricordarlo e raccontarlo. Già, ma che in modo?

Il racconto di Ben Jelloun ha qualcosa della fiaba, per quanto drammatica, di tipo nordico. La scrittura è nitida, le parole essenziali. Il pensiero è un pensiero lucido, che analizza ogni fatto con precisione. Più che trovarci di fronte a una narrazione, ci troviamo di fronte a delle strutture narrative, a degli stilemi. Forse l’autore ne era consapevole, universalizzare la storia di Mohamed era una scommessa non facile, ma probabilmente necessaria. Come necessario era dare a questo tragico finale un valore simbolico e un valore letterario.

Si legge molto rapidamente questo libro, e anche in questo va nella direzione di una nuova narrativa che nell’unità di luogo, di tempo e di azione, trova il suo senso. Ormai anche nella lettura, diciamo così, è vietato interrompere le emozioni. L’idea che un libro si apra, si legga, lo si lasci riposare e poi lo si riprenda è un’idea ormai lontana. Le storie iniziano e finiscono nella stessa sessione di lettura, come quelle cinematografiche, e come è sempre stato il teatro. Proprio per questo la scrittura deve cambiare, non cerca la continua digressione, non cerca un senso diverso, non permette, come fosse un giardino da mettere a punto, che la vegetazione, che la scrittura arrivi dove non dovrebbe. Gli spazi sono decisi e circoscritti, quasi fossero un giardino zen. Il rito del racconto deve svolgersi lì, e proprio lì il pensiero dello scrittore ha la sua occasione e la sua unica possibilità.

Ben Jelloun ne esce benissimo. Racconta un dramma, un clima, aggiunge, proprio sulla primavera araba una postfazione per l’edizione italiana, ma conta il testo sulla vita e sulla morte di Mohamed Bouazizi. E quella scrittura, e quel modo di raccontarlo hanno forza perché parola dopo parola, leggendo questo testo, ti convinci che Mohamed potresti essere tu, e tu ovunque, nello spazio, come nel tempo. Tu oggi e in Svezia, tu domani e in Pakistan. Non ha importanza. Ha importanza solo una cosa, che le storie vere raccontate possano diventare storie eterne. Ed è questo il sottotitolo che mi sarebbe piaciuto a questo Fuoco: una storia eterna, una storia di sempre.

[© Il Messaggero, 12.5.2012]