I francesi in queste cose sono bravi. Anche se posso ritenere che soprattutto a Parigi, dalle parti del Collège de France, qualcuno avrà storto la bocca a leggere la più grande etnologa vivente, l’allieva di Claude Lévy-Strauss, scrivere un libro che a prima vista potrebbe sembrare una sorta di operazione paraletteraria, un libro sulla felicità piccolo e lieve dove non si citano autori importanti, ma i semi di zenzero, i temporali estivi, Robert Redford o Robert De Niro.

I lettori più accorti avranno già capito che sto parlando di Françoise Héritier e del suo Il sale della vita (Rizzoli, pp.95, 6 euro). Scritto come fosse la lettera dell’autrice a un amico, Il sale della vita è un elenco di piccole cose, talvolta piccolissime, che dànno piacere all’esistenza. Ma proprio un elenco continuo, senza neppure i capoversi. Dopo una trentina di pagine si comincia ad avere una sorta di stordimento. Ti ci perdi volentieri. Spesso sorridi perché ritrovi una cosa tua. E alla fine, in un piccolo capitolo che raccoglie le idee di questo libro, l’autrice spiega il perché lo ha scritto. E il rapporto che c’è tra l’io di tutti noi e gli altri: ovvero il nostro darsi, il nostro essere nel mondo. La nostra capacità di coglierlo il mondo.

Ora quattro considerazioni. La prima è la più ovvia: perché un libro leggero, sui piaceri della vita, sulle piccole cose scritto da un vero e proprio monumento del mondo culturale francese e internazionale? Da noi libri con queste intenzioni li scrivono i Fabio Volo, o giù di lì. Mentre gli accademici ci ammorbano con saggi scientifici, spesso scritti in uno stentato italiano, dai contenuti opinabili. Il capovolgimento sarebbe opportuno. Ovvero: facciamo scrivere a Fabio Volo saggi accademici e chiediamo ai grandi intellettuali di regalarci testi vertiginosi come questo.

Seconda considerazione. Nelle culture solide i testi sono verticali e non orizzontali. Ovvero sono dei terreni dove si può sondare di continuo il sottosuolo. Un po’ come quelle piazze che contengono sotto rovine più antiche, e si può passeggiare magari in uno spazio barocco guardando attraverso pavimentazioni in cristallo le rovine etrusche, romane o medievali. Françoise Héritier in questo piccolo libro fa questo. Mette assieme cose in modo casuale, e lo fa ostinandosi all’esercizio della casualità, quindi volendolo, eppure non si stacca mai dal lettore la convinzione che quello è il suo mondo, quella sua cultura. E dunque c’è molto di più di quanto appare in superficie.

Terza considerazione: la modernità. Non conosco intellettuale o scrittore vero, e sottolineo vero come nella canzone di Mina, che non abbia a che fare di continuo con la modernità. E non parlo della modernità soltanto in senso filosofico, ma anche nel senso pratico. Il libro della Héritier diviso per 180 caratteri contiene qualche migliaio di tweet utilizzabili, da riprendere e da condividere.

Quarta considerazione. È proprio il concetto di condivisione, oltre al concetto di tempo, a rendere questo piccolo libro un libro speciale: «L’io non è soltanto il soggetto che pensa e agisce», scrive l’autrice: «ma anche quello che sente e percepisce secondo le leggi di un’energia sotterranea che si rinnova continuamente. Se esso fosse completamente privo di curiosità, di empatia, di desiderio, della capacità di provare dolore e piacere che cosa ne sarebbe di questo “io” che tra le altre cose pensa, parla e agisce?».

Queste parole spiegano perché migliaia di persone sui social network raccontano pubblicamente le loro sensazioni: sono lo stesso genere di sensazioni di Françoise Héritier. Il modo della condivisione è prima di ogni cosa un’uscita dall’io, un mettersi al centro per guardare, aderire e darsi a tutto quello che c’è attorno. E non per portare a sé quello che ci circonda.

Allora questo lungo monologo dei piaceri, che esclude sempre e giustamente il sesso a favore della sensualità, è una piccola lezione di cultura e di umiltà che mi piacerebbe un giorno poter leggere anche da un grande autore italiano.

[© Il Messaggero, 5.5.2012]