La scommessa è cercare ancora e con una certa ostinazione di leggere le cose che accadono, le notizie, le storie in una chiave che non sia semplificatoria. Perché la semplificazione non è un modo per capire le cose in una forma migliore, più immediata, ma è un modo per alterare quanto ci accade attorno. Dando significati sbagliati, per quanto apparantemente più ovvi. Mi si perdoni questa premessa, che può anche apparire complessa se poi inizio con il parlare dell’incidente di Belen Rodriguez e di Stefano De Martino, in moto, l’altro pomeriggio a Roma. E ne parlo perché in poche ore il web si è riempito di fotografie di questi due poveretti che uscivano incerottati dal pronto soccorso.
Chi semplifica risponderebbe in questo modo: è del tutto ovvio che quelle fotografie suscitino l’attenzione e la curiosità del pubblico perché, soprattutto Belen, è persona famosa. Per quale motivo dunque stupirsi di una cosa simile?
Ma la semplificazione è anche una forma di rimozione della realtà. Inutile dire che c’è qualcosa di voyeuristico e insano nel cliccare foto di traumatizzati al pronto soccorso. Ed è molto meno insano, va da sé, guardare le foto delle farfalline tatuate sull’inguine di Belen. Ma il problema è più complesso, perché è di quelli che si rimuovono: di mezzo c’è il corpo. L’inviolabilità del corpo e le ferite del corpo. Quello di Belen e del suo amico è un piccolo incidente, un trauma. Ma quelle fotografie sono il potere dell’opinione pubblica che si prende la rivincita simbolica sul potere delle icone.
Michel Foucault, che di queste aveva capito tutto, scriveva: «Il potere si è addentrato nel corpo, esso si trova esposto nel corpo stesso». Che si tratti di un incidente, o che si tratti del corpo di Berlusconi quando fa il trapianto di capelli, quando risistema gli zigomi del volto, che si tratti del volto della malattia o del trauma, il potere è l’esposizione del corpo. È sostanzialmente per questo che i maori o gli indigeni inventano il tatuaggio, che è un’iconologia da decifrare scritta e disegnata sul corpo.
Quando mi tatuo il nome della fidanzata sul bicipite non sto informando tutti che si chiama Giovanna o Maria, ma sto spiegando che, scritta sul corpo, è indelebile e inalterabile la mia promessa. Perché il corpo è potere.
Il corpo esposto e il corpo tatuato dicono molto. Il corpo dei re taumaturghi, dei re merovingi, aveva poteri di guarigione, come ci raccontano i cronisti medievali. Ma il corpo di questa contemporaneità è un potere che non guarisce. È un potere di suggestione. Dunque un potere sibillino.
Il corpo è l’inalterabilità del tempo in un tempo che sfugge a tutti, in un tempo che non sappiamo più leggere, in una velocità che non sappiamo dove ci porta. Per questo non va violato. Deve rimanere, per paradosso, dentro una giovinezza priva di eternità. L’esatto contrario della Sibilla Cumana che chiese ad Apollo l’immortalità e dimenticò di chiedere anche l’eterna giovinezza. Condannandosi in questo modo a diventare sempre più decrepita, sempre più piccol, grande come una cicala, e poi soltanto pura voce.
Il rapporto tra il corpo e la velocità ci porterebbe lontano. Si pensi a James Dean, al suo incidente, si pensi a Fred Buscaglione, al nostro Rino Gaetano, e si pensi a Lady Diana. Incidenti tragici che hanno condannato quei corpi come forma di potere a una giovinezza eterna, ma purtroppo non all’immortalità.
Allora questo morboso cliccare sui cerotti di Belen non va letto in chiave di gossip. Come se il pettegolezzo, il morboso chiacchiericcio non fosse altro che un categoria teoretica della vita, un’applicazione di default, come si direbbe oggi che funziona sempre allo stesso modo. Se il corpo è violato, il potere del corpo è violato. E dunque siamo di fronte a qualcosa che destabilizza e chiede aiuto, anche se sotto forma di immagine fotografica. Qualcosa che libera dal quel potere dell’immagine, dal quel potere del corpo, che negli ultimi anni è ancora più potente, più visivo di quando scriveva Foucault.
Ma se sul potere della fotografia, e sulla fotografia come notifica della perdita del potere, sappiamo molto – e basta pensare alle immagini del corpo di Gheddafi, e prima di Che Guevara, e prima ancora di Mussolini, e viceversa alle non immagini del corpo di Bin Laden, e prima ancora di Hitler – sul potere del corpo come bellezza, come immaginazione, come desiderio, sul potere della  fisicità il discorso è certamente meno drammatico, ma non meno interessante.
L’interesse spasmodico per i cerotti di Belen sono una suggestione, un punto di partenza per chiedersi dove finisce la curiosità e dove inizia una nuova antropologia. Una curiosità che si potrebbe definire perversa e che vede nella fragilità un evento traumatico per il corpo: violato e sminuito. E tutto questo conduce a una possibilità di immortalità per tutti. Allo stesso modo dell’immortalità senza corpo della Sibilla Cumana.