Tra i tanti errori che si possono fare scrivendo recensioni c’è quello di ritenere la narrativa, o la poesia, e in ogni caso i generi letterari qualcosa di cui tenere conto. Qualcosa che ti vincola. In realtà la scrittura narrativa, come quella poetica contribuiscono a un sistema emozionale che è assai più esteso. Un sistema che comprende altri generi: la storia, la politica, la società, l’amore. E poi il cinema, il teatro. E la musica, quella colta e quella popolare.

La rivoluzione del Novecento è stata questa: un complesso sistema di fili creativi che fanno funzionare una macchina complessa che è il cibo di cui ci nutriamo ogni giorno, un cibo che ci permette di vivere, di esistere. I fili sono fatti di memoria, un materiale atipico che permette il passaggio dei dati da un contesto all’altro e ci consente di condividere, ovvero spartirsi quello che si ha. Mai come in questi anni si parla tanto di memoria: usiamo macchine quasi pensanti, i computer, che hanno la memoria, usiamo la memoria per non dimenticare l’orrore della storia o anche soltanto quando qualcosa non ci piace e non vogliamo che riaccada.

Questa premessa per dire che il libro di Robert F. Kennedy, Sogno cose che non sono state mai (Einaudi, pag.XLIV-100, a cura di Giovanni Borgognone) è un libro che metto a pieno titolo nella narrativa. Anche se c’è un bel saggio introduttivo di Giovanni Borgognone che ripercorre molto bene la carriera politica di Bob Kennedy, anche se è un libro che raccoglie alcuni discorsi tenuti dal Bob Kennedy dal 1964 ad Atlantic City fino alle poche parole dette prima di essere assassinato a Los Angeles il 4 giugno 1968.

In quei quattro anni si è compiuto un cammino politico che probabilmente avrebbe portato Kennedy alla presidenza degli Stati Uniti. Ma in quei quattro anni si è compiuto qualcosa che ha influenzato la letteratura quanto il cinema, la poesia come la musica. È cambiato il mondo, ma è cambiato veramente. E non solo per le idee di Robert Kennedy, e per la sua capacità di vedere e di sognare il mondo, ma per una sorta di corrente collettiva che ha funzionato come i fili di cui parlavo prima. I fili fatti di memoria. Ognuno ha portato quei fili con sé, a condividere la sua memoria con quelle degli altri.

È interessante rileggere quei discorsi oggi. Non c’è mai retorica. Non c’è mai un uso astuto del discorso, non c’è mai un modo politico di gestire emozioni e racconto. Ma c’è uno stile che arriva dritto a chi ascolta, e mette in gioco soprattutto chi parla. Kennedy ripeteva spesso: siamo un paese compassionevole. Ovvero un paese che nello scambiarsi paure e passioni, l’uno con l’altro, cura quelle paure e quelle passioni. Basti leggere innanzi tutto il misurato, intenso e doloroso discorso che Robert Kennedy tenne a Indianapolis il 4 aprile del 1968, il giorno dell’assassinio di Martin Luther King di fronte a mille persone, tutti afroamericani. C’è una misura, un attenzione nelle sue parole che non appartiene al calcolo politico ma appartiene alla letteratura. Perché la sua è sempre una lettura della realtà, non è il tentativo di usare la retorica della realtà per sedurre le masse, che è tipico di qualsiasi populismo.

Se dico questo è anche perché abbiamo perso la capacità della compassione, abbiamo scambiato le passione come una forma di completamento, anziché come uno scambio. Come diceva Platone: «esso ci restaura l’antico nostro essere». Ora il nodo è proprio qui: continuiamo a scrivere e sognare sogni che non sono stati, parafrasando il titolo del libro. Abbiamo messo memoria e compassione, (e cura e comprensione) in memorie esterne, come si fa con le pennette usb che si perdono sempre da qualche parte. E non siamo più capaci di raccontare e di sentire. Di unire quei fili che hanno fatto di quegli anni Sessanta in America un periodo irripetibile e leggendario, anche per chi non ne sa nulla. Solo partendo da questo potremo ricominciare a leggere, scrivere e pensare e agire in un modo diverso. In un modo forse più giusto e anche più bello.

© Il Messaggero, 28.4.2012