È già da qualche anno che il fenomeno viene osservato. Si tratta di un piccolo fenomeno, numericamente conta poco, però è evidente, ha una sua compiutezza, e ci dice qualcosa. La poesia, un tempo genere letterario estremamente élitario, alto, difficile, comincia a vendere qualche copia in più. Anzi molte copie in più rispetto a quanto accadeva fino agli anni Novanta. I libri dei poeti si trovano più facilmente in libreria. E la cosa che colpisce è l’età dei nuovi lettori di poesia: tutti molto giovani.

Le ragioni di questo piccolo successo, che è rimasto costante in questi anni, sono moltissime. Alcune hanno a che fare con la bravura di certi poeti che raccontano l’amore e più in generale i sentimenti. Nulla come la poesia sembra parlare, meglio di altre forme di scrittura di sentimenti, di passioni, di melanconie, di sofferenza. È sempre stato così, certo.

Solo che allargandosi il dominio del linguaggio come una macchia d’olio nella vita delle persone, si è impreziosito di molto il piccolo spazio che la poesia ha sempre tenuto per sé, con tutta la sua capacità di parlare al cuore e alla mente. E non deve sembrare curioso tutto questo. È proprio nell’era della parola scritta, nell’era dei social network, degli sms, delle mail, dei messenger, che si ha l’esigenza di una parola diversa, che sia fatta di materiale prezioso e riconosciuto come prezioso. Per intenderci, nessuno toglie dignità agli oggetti in ferro, in acciaio o in bronzo, ma quando usiamo l’oro per forgiare un anello o un bracciale, lo facciamo sapendo che lì c’è un valore aggiunto.

Il risultato di tutto questo è interessante. Non si scrivono più troppe poesie, mentre ad esempio si scrivono molti romanzi, troppi romanzi. La poesia è tornata ai poeti, e quelli che un tempo mettevano in versi le loro inquietudini, ora quelle stesse inquietudini le destinano a gialli di maniera, noir, o a romanzi d’amore e di formazione. Negli ultimi anni i poeti sono stati lasciati in pace. Si leggono con il rispetto di chi sa che è una letteratura troppo alta per tempi così veloci e talvolta – e lo dico senza alcun moralismo – per tempi così volgari.

Izet Sarajlić è un poeta di Sarajevo, nato nel 1930 e scomparso nel 2002, molto popolare nella ex Jugoslavia, che ora Einaudi pubblica per la prima volta nella traduzione di Silvio Ferrari e con una prefazione di Erri De Luca: Chi ha fatto il turno di notte (12 euro). Sarajlić era amico di Erri De Luca, ed è un poeta limpido e spaesato, un poeta forte e solido, eppure senza difese. È stata una scoperta leggerlo, anche se soltanto in traduzione, purtroppo. Ma conferma l’idea che mi sono fatto della poesia in questi ultimi anni.

La poesia è il luogo ultimo dove abbiamo conservato il linguaggio, il pensiero, il non ragionamento, il luogo ultimo dove riusciamo a riconoscere i sentimenti senza trasformarli in merce facile e accattivante. Il luogo ultimo, ancora, dove abbiamo abolito la trama, o come dicono certi altri, il plot, e dove non ci curiamo di come si raccontano le cose: ma dove il raccontare obbedisce a regole e a un senso lontanissimo dalla contemporaneità, ma tutto dentro questa contemporaneità.

Il linguaggio si è allargato come una macchia d’olio, soprattutto nella narrativa. E il riflesso di colore di questo liquido denso è lo stesso del cinema, è lo stesso dell’immediatezza narrativa, e lo stesso degli spot pubblicitari. Tutto parla la stessa lingua, eccetto la vera poesia, che ne resta fuori, si tiene lontana: e da quella piccola nicchia del linguaggio che è suo, e le appartiene, sa raccontare il mondo.

«Chi ha fatto il turno di notte  per impedire l’arresto del mondo ? Noi, i poeti», dice in versi Sarajlić. Sì i poeti, quelli veri, possiedono la pietra angolare di questa contemporaneità frammentata e supponente. Ubriaca di narrazioni di poco conto. Da poeti come Sarajlić, da voci così limpide, abbiamo tutto da imparare. E versi come questi serviranno a difenderci dai riflessi della banalità quando si traveste con i panni di una negligente intelligenza. Serviranno a difenderci finchè, come scrive Sarajlić, avremo «ancora una qualche provvista di futuro».

[© Il Messaggero, 21.4.2012]