Arrivato a pagina 500 del libro di Luigi Manconi, con Valentina Brinis, La musica è leggera. Racconto su mezzo secolo di canzoni (il Saggiatore), mi sono convinto con un pizzico di civetteria, e un po’ di presunzione, di essere il lettore ideale di questo libro. E non solo perché la mia passione per la musica leggera italiana è paragonabile a quella che ha anche Manconi. E non solo perché – come lui – molti di quei cantanti e autori li ho conosciuti e li conosco personalmente. Ma anche perché la lettura che Manconi fa del ruolo della canzone italiana nella storia del nostro dopoguerra è una lettura che in gran parte condivido e che potrei sottoscrivere. Questo La musica è leggera è un libro importante perché riesce in alcune cose che sono difficili da tenere tutte assieme.

La prima è che si tratta di un’autobiografia sentimentale. Piena di aneddoti che mi hanno incuriosito, ma senza quel deplorevole gusto per l’aneddotica che ha colpito ormai da anni un paese malato e in decadenza come il nostro. Non c’è mai compiacimento in quello che racconta Manconi, qualche volta c’è nostalgia e melanconia, mai però esibizionismo biografico. La seconda cosa che Manconi riesce a fare è scrivere una sociologia della canzone italiana in un modo convincente. E il modo convincente è questo: non tratta la materia in modo sistematico, non cerca il saggio definitivo, e dunque non si sforza mai, e per fortuna, di far rientrare tessere e tasselli, di far combaciare linee per dare al lettore una sensazione unitaria. Non è l’Organon della canzonetta. Anzi, qualche volta non si risparmia in modernismo e in frammentarietà, aggiunge contenuti, poi procede in modo storico poi si ferma e prende a modello diverse monografie. È un metodo che mi piace, lascia al lettore la possibilità di spostarsi nel testo come fosse, quasi, un’enciclopedia.

La terza cosa difficile era scardinare un luogo comune che ha resistito a lungo: la canzone e la società andavano di pari passo. Anzi, la canzone era lo specchio della società in quel momento. In quel momento esatto. Come ci fosse un misterioso sincronismo tra le due cose, una concordanza di intenti, un’empatia inevitabile. Manconi dice che certo, con il tempo, certi testi finivano per riflettere il mondo da cui provenivano, ma con il tempo. D’altronde Paoli e Tenco erano in anticipo di 20 anni, allora. E anche Fabrizio De André, e persino Lucio Battisti con Mogol. Alcuni invece erano in ritardo, altri non erano: non sapevano, e non capivano. Altri ancora erano letteratura musicale pura: tra tutti Francesco De Gregori e Ivano Fossati, guarda che caso.

Ma consigliando questo libro, davvero felice anche in una eccellente scrittura, soprattutto ai ragazzi più giovani, voglio aprire un dibattito, come avrebbe detto il Manconi che mangiava i mandarini con Ivan Della Mea, perché se c’è un punto su cui mi aspetto delle cose non è tanto sul ragionamento che fa l’autore riguardo ai testi delle canzoni italiane. Ma è sulla musica. All’inizio del libro Manconi dichiara, con un outing melodico, di cantare peggio di Nanni Moretti, ma con più potenza di voce. Temo che in ogni caso il risultato sia quello che è per entrambi. Ma il nodo di questo libro è proprio sull’aspetto musicale, ed è un nodo irrisolto.

Manconi attraversa la musica con il pensiero alle parole. Ed è come vedesse solo il lato illuminato della luna. Il lato oscuro sta da un’altra parte. E infatti ho la sensazione che non comprenda fino in fondo le altre rivoluzioni della canzone italiana che sono state il contraltare alla canzone d’autore. Come fossero due navate parallele di una chiesa. Per fare un esempio. Quando racconta del 1963 e di Sapore di sale dice che è stata «arrangiata in modo travolgente» da Ennio Morricone. Dove però nel travolgente c’è un dato culturale e ideologico: l’uso di accordi di quarta, e più generalmente l’utilizzo di stilemi armonici schonberghiani e novecenteschi.  Un altro esempio, ma il discorso sarebbe molto lungo: ho avuto la sensazione che Manconi non riesca ad arrivare a fondo a un’interprete come Mina, che è pura inconsapevolezza musicale e talento assoluto. Perché Mina è solo musica. Ed è quasi solo voce.

Come credo sia sfuggita una delle ragioni, per fare un altro esempio, del genio di Fabrizio De André. Quello di Crêuza de mä e di  Anime Salve. Ha ragione Manconi a dire che le prime canzoni, come Carlo Martello o l’album Storia di un impiegato non gli piacciono, ma non collega fino in fondo la consapevolezza musicale dell’ultimo De André con i testi. Perché le due cose vanno assieme. E vanno assieme quasi per tutti. Anche per Francesco De Gregori, forse il più testuale di tutti loro, ma che, quando quasi vent’anni fa ormai mi diceva che non si potevano separare i suoi testi della musica (e io pensavo il contrario) mostrava di aver capito tutto. Indipendentemente dal tipo di musica che si scriveva. Perché la musica è una polvere magica che cambia le cose e cambia la storia, e le melodie trasformano il mondo.

È il motivo del declino di Bob Dylan, quando ha smesso di pensarsi un musicista per farsi profeta, è la grandezza di Paolo Conte, che ha vinto il premio Montale, ma non è in grado di non pensarsi prima di tutto un musicista. Ma queste sono inezie, se volete, frammenti di dibattito per parlare di queste passioni, e per tenere aperto il discorso. Perché di un libro come questo c’era bisogno. E finalmente c’è qualcuno che per raccontarsi non scrive un romanzo, ma un saggio romanzato che rimarrà sicuramente sugli scaffali.