Ho un sentimento contraddittorio verso il libro di Juan Pablo Villalobos, Il bambino che collezionava parole (Einaudi,  pp.80, 10 €). L’autore è un messicano quarantenne che vive a Barcellona.

Il libro pensavo fosse uno di quei romanzi sospesi, come il titolo promette: collezionare parole è pratica dolce e solitaria, sospesa e bella, perché le parole hanno corpo ma non consistenza, risuonano senza farsi strumento musicale, e circondano il nostro spazio dando senso, felicità e dolore. Poi c’era il bambino, e i bimbi che sospendono il loro voler esserci nel mondo per inseguire farfalle fatte di vocali e consonanti, e frammentate in sillabe sono affascinanti.

Ma il libro di Villalobos non mantiene quel che il titolo lascia intendere. Fa altro. Utilizza la prima persona di un bambino che in poche pagine, già subito all’inizio, ci fa capire in che mondo si trova, e cosa significa per lui collezionare parole. Il bimbo vive in Messico con il padre, il padre è un potentissimo narcotrafficante internazionale circondato da gangster e guardie del corpo pronte a uccidere per nulla. La villa dove vive il bimbo, isolata da tutto, ha nel suo parco anche delle gabbie dove sono tenute una tigre e un leone. Felini utili a far sparire i corpi delle persone che vengono uccise. Nella villa esistono stanze dove viene corservata ogni tipo di arma, quasi mille tra fucili, pistole e persino bazooka e – quel che conta – al bimbo non viene risparmiato nulla, perché il padre vuole che lui conosca ogni dettaglio o quasi dei suoi affari e dei suoi omicidi.

La quarta di copertina dice che questo libro è diventato un caso internazionale nel mondo. Io penso di poter capire, ma in parte, il motivo di questo successo. Villalobos fa un’operazione semplice: innesta, come fosse una pianta, il modo di argomentare e l’innocenza infantile dentro una storia narrativa tremenda, laida, violenta, criminale. Il bimbo racconta, come fosse la trama di Biancaneve, di teste mozzate, di gente mangiata viva, di cocaina, e di prostitute d’alto bordo. Lo fa con il candore che ci si aspetta da un bimbo. L’effetto è straniante, e per le prime 30 pagine piuttosto efficace. Non capisci cosa stai leggendo, non riesci a renderti conto della durezza di quel che si narra perché il tono è – per così dire – inadeguato. È il tono dell’innocenza applicato all’orrore.

Ma dopo le prime pagine, quando capisci il funzionamento entra in gioco la diffidenza. Diffidi del bambino, di quel che ti racconta, e non tanto perché non è vero quello che dice, ma perché il suo racconto si fa perverso, nel senso tecnico del termine. La perversione di destinare sentimenti e modi di vedere il mondo ad altre situazioni che non sono quelle naturali. E comincia a non convincerti. Perché è una favola linda e trasparente ma non tiene conto di due aspetti. Il primo aspetto è che le favole hanno sempre a che fare con l’orrore, e non fingono di aggirarlo raccontando le cose in un modo diverso. Ovvero le favole sono scritte per fare paura. Anche quando sono i bimbi a raccontarle. Il secondo aspetto è che i bambini, contrariamente a quanto pensa Villalobos, non sono mai innocenti, e bisognerebbe chiedere a Freud per capire fino in fondo il motivo. Per cui la storia intricata del Bambino che collezionava parole finisce per essere piuttosto debole e persino deludente. Il bimbo non si riscatta, non esce dall’infanzia e non prende coscienza, dunque non è un romanzo di formazione; non genera incubi, dunque non è una fiaba, non fa ridere, dunque non è grottesco. Ma è invece una messa in scena rovesciata. Un po’ come quelli che si vestono da Dracula ma bevono il latte dal biberon, o le spogliarelliste che si mettono il costume da suore per esasperare i contrasti. In questa messa in scena narrativa il successo però viene da un modo di raccontare, semplice, didascalico e addirittura elementare. L’orrore elementare è una garanzia. E siamo sempre alla stessa storia. E allo stesso problema. Imparare di nuovo a leggere potrà salvarci dalla semplificazione narrativa e letteraria?

[© Il Messaggero, 14.4.2012]