Penso che Alberto Bevilacqua sia tra gli scrittori più moderni che abbiamo in Italia. Scritta così la frase può apparire eccessivamente lusinghiera, oppure ingenua. Ma in realtà le cose sono decisamente più complesse. Perché non è soltanto sulla modernità che dobbiamo discutere, ma è sul modo in cui la cosiddetta modernità aderisce e combacia con il presente letterario. Perché il punto è questo: Bevilacqua non è moderno perché i suoi libri si adattano a questi tempi, li raccontano meglio di altri autori, e magari anticipano il futuro. È moderno per la sua frammentarietà, è moderno per il suo investigare i generi, passare da un livello all’altro senza mai farsi contaminare e senza mai confondersi con la letteratura di consumo, anche quando l’ha praticata. Per cui un lettore poco avveduto, senza molta esperienza critica, non saprebbe come definire Alberto Bevilacqua. È lo scrittore dei libri einaudiani, è quello dei Sensi incantati nel periodo mondadoriano dei best seller. È il poeta raffinato della collana di poesia Einaudi, è il classico pubblicato, per la cura di Antonio Franchini, nei Meridiani Mondadori?

È certamente tutte queste cose, ed è anche l’autore di Roma Califfa (Mondadori, pp. 237, 20 euro), una sorta di lungo viaggio per una città che ha accolto da Parma un Bevilacqua giovanissimo, ed è rimasta sullo sfondo del suo immaginario quotidiano, un luogo reale dove ha lavorato, un luogo onirico su cui ha scritto. Un luogo fatto di storia, di persone, di piazze, di citazioni, di musica, di suggestioni. Certi critici direbbero che è una dichiarazione d’amore a una città femmina, come la definisce Bevilacqua: «Mi piace andarmene in giro per Roma, di notte, con la sensazione di affiancare una donna molto bella e curiosa. Ci sono città che stimolano la curiosità, altre che la disarmano».

Ci sono scrittori disarmanti, e Bevilacqua è uno di questi, proprio come città disarmanti. In questo libro si sente un mondo perduto, quasi un risentimento verso una trama smarrita che questa città non sa più restituire. Un luogo di marziani che passano inosservati, come raccontava Ennio Flaiano, che diceva anche: «Roma è l’unica città orientale senza un quartiere europeo».

Roma Bevilacqua la cerca, la ricorda, la racconta. La prima parte del libro, è probabilmente la più bella. Nitida, immaginifica, lontana. Esce una Roma perduta ma densa come un quadro a olio molto carico. Poi lentamente la sua Roma diventa la nostra Roma, e per Alberto Bevilacqua è una continua lotta contro lo sbiadire dei colori, il raffreddarsi delle passioni, contro luoghi che non riescono più a mantenere la consistenza che avevano. Come fosse una doppia archeologia, Bevilacqua si perde tra rovine della storia e rovine emotive, sue e nostre, di una paese e di una città così lontane da quel che sono state da apparire irriconoscibili. Come irriconoscibili e quasi intraducibili per una lingua della modernità sono i suoi personaggi descritti. Il mesto Alberto Sordi degli ultimi anni. La passione misurata ma convinta di un Guido Alberti, la giovinezza di Rino Gaetano. E poi Totò a colori. E Walter Chiari in bianco e nero. Chaplin e Orson Welles. E ovviamente Zavattini, Fellini e Mastroianni.

In questo provare a far combaciare, come in un puzzle, sentimenti e immaginari antichi, Bevilacqua si mostra efficace, anche se qualche volta un po’ troppo didascalico. Eppure il pregio di questo libro è nel non essere definibile. Non è un libro di ricordi. È un ritorno probabilmente, tema quello del ritorno caro all’autore di Questa specie d’amore. Un ritorno verso una città che poteva essere e non è stata. Verso una città che si affeziona a tutti e a nessuno. Una città che alla fine non è cinica come si crede, ma ha perso parte della sua generosità. Non ci sono giudizi finali in questo libro. Ma solo vaghèzie. Come scrive Bevilacqua: «per vaghèzia si intende, in terra padana, la parabola istintiva con cui un po’ si inventa e un po’ no, rubando alla realtà quel tanto di inverosimile, che sempre contiene, e che realtà resta». Ecco questo libro è una vaghèzia. Una vaghèzia in terra romana.

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