Talvolta i lettori di libri dovrebbero domandarsi in che modo pensano i romanzieri. Non è quasi mai facile, ma quando l’impresa sembra davvero ardua allora significa che lo scrittore che stanno leggendo vale molto poco. Perché è la trama del pensiero di chi racconta, ed è la capacità di decifrare i suoi intenti, i dubbi, le pause e persino le indecisioni che porta ad apprezzare un romanziere anziché un altro.

Ora, noi siamo un po’ troppo abituati a giudicare i libri rimanendo ancorati al testo. Ovvero a ciò che si racconta, se la storia coinvolge, se è scritta bene, se ha un ritmo, e più genericamente se ci entusiasma e ci emoziona. I più colti, i lettori più avveduti, provano anche una storicizzazione del testo. Quel romanzo di quell’autore è migliore dei precedenti? E soprattutto come si colloca, in che modo prende senso rispetto agli altri suoi romanzi? Si badi bene, sono tutte considerazioni legittime, ma anche piuttosto facili. Se si riuscisse a fare un salto in più e chiedersi altro: perché l’autore ha scritto questo libro? E come lo ha costruito? Allora cambierebbe non tanto il modo di leggere ma anche il modo di pensare il mondo. Dando un senso alle proprie letture. Cosa, ultimamente assai difficile.

Credo che raccontare l’ambigua e paradossale storia di un uomo realmente esistito, e parlo dell’inventore strano, pazzo, eccentrico e persino grottesco quale fu Nikola Tesla, fosse impresa fitta di tentazioni narrative. Tesla potrebbe essere il soggetto di un film gotico, girato da Coppola dopo il Dracula di Bram Stoker. E credo che Jean Echenoz, probabilmente il più lucido tra gli scrittori europei oggi, ne sia sempre stato consapevole. Ma Echenoz è un collezionista di vite altrui, o se volete un narratore di vite proprie per interposta persona. Per cui non ha ceduto alla vertigine di costruire un Nikola Tesla, che nel romanzo Lampi (Adelphi, pp.176, 17 euro) si chiama semplicemente Gregor, facile all’iconografia più prevedibile. Così Echenoz ha raccontato la storia di quest’uomo attraverso quel che ha fatto nella vita, senza alcun garbo, e senza alcuna concessione grottesca. Ma amalgamando un ritmo narrativo che non va affatto di pari passo con la lingua. Ovvero, dove il ritmo è lineare, semplice, efficace e rapido, la lingua è barocca, densa, fluviale, intensissima. E va detto che Giorgio Pinotti, che ha tradotto in italiano tutti i libri di Echenoz qui è davvero bravo.

Lampi un romanzo sul declino e il fallimento. Dove il declino e il fallimento sono già nella prime pagine, anche quando non sembrerebbe così. Racconta un uomo che, pur avendo un’assoluta percezione del suo genio o talento, non riesce a frenarsi e crolla verso un viale del tramonto imboccato senza esitazioni. Un viale della solitudine e della impossibilità di adattarsi alla vita in qualche modo. Per cui quello che chiamiamo genio, o immenso talento, non viene inficiato e cancellato da cataclismi del destino ineluttabili e grandiosi, ma da piccole nevrosi, da una lieve inclinazione all’errore, una piccola e insignificante scarsa prudenza che via via porta al disastro finale.

Lampi è un libro sulla vita, prima di essere un bellissimo racconto sull’invenzione della corrente alternata, e sulla guerra americana per il controllo dell’energia elettrica. Ma Echenoz che racconta con una bravura che ormai gli conosciamo (basti pensare a Ravel, uscito in Italia nel 2007 da Adelphi) personaggi realmente esistiti, è in grado di riempire queste esistenze di vuoti nevrotici e disperati, di luoghi bui e ambigui dove le vite, anche quelle più celebri e famose, vanno a nascondersi, aspettando che arrivi la loro ora, aspettando che tutto finisca, ma senza uscirne mai più.

Romanzo disperato quanto un temporale furioso, veri e propri lampi di vita interrotti da lunghi giorni vuoti, dove il talento finisce per sciogliersi e svuotarsi in una ossessione, in una debolezza, in un’assenza che è l’unica cosa che conta. L’unica cosa in grado di cancellare tutto. Di rendere cenere ogni cosa, come un fulmine previsto e immaginato sin dalla notte dei tempi.

[© Il Messaggero]