Pensare che il mondo cambia e i romanzi cambiano con il mondo è del tutto ragionevole. Solo che è in parte sbagliato. Il mondo cambia e i romanzi anche, solo che si allontanano sempre più dal mondo e dalla vita. Per fare un paragone è un po’ come le galassie che viaggiano sempre più distanti una dall’altra. E se il romanzo nasce per raccontare, come un’ambigua ma veritiera fotografia, la società borghese dopo la prima rivoluzione industriale, oggi tra romanzo e società, tra realtà e racconto mancano punti di contatto e addirittura sfuma qualsiasi speranza di metterli assieme. Sarà anche per questo che certa critica marxista e sociologica è oggi più una barzelletta che una possibilità di lettura e di interpretazione.

Cosa rimane allora? Rimane un modo di raccontare storie che è più simile a quello dell’antichità e degli scrittori latini della decadenza. Ossessioni artificiali, spesso del tutto inutili, qualche volta belle, coinvolgenti e affascinanti. E in questo caso mi riferisco all’ultimo romanzo breve di Amélie Nothomb, scrittrice amatissima, autrice di best seller, che in Uccidere il padre (Voland, pp.91, 9 euro, tradotto davvero molto bene da Monica Capuani) mette a punto un libro che non è un congegno perfetto (come direbbero i critici), che non è una lezione di letteratura (che è sempre quello che direbbero i critici) e che per certi versi e persino privo di un apparente buonsenso (e questo i critici non lo direbbero): eppure non soltanto funziona ma ti lascia un’inquietudine profonda.

Una scrittrice francese che cresce in Giappone, e ambienta a Reno, nel Nevada, un romanzo è già qualcosa di bizzarro. Che poi il romanzo racconti la storia di due maghi, nel senso dei prestigiatori – uno giovane, Joe, e l’altro che gli potrebbe fare (e gli vorrebbe fare) da padre, Norman – potrebbe apparire come una storia tra tante. Che in mezzo ci sia una donna, che il mago più giovane ama segretamente, compagna del mago più grande, è un’ottima scusa narrativa per raccontare la storia. Che poi la storia vada a finire in un modo vischioso e ambiguo, per non dire drammatico, in un posto come Reno è del tutto ovvio, se non necessario. E che poi ci sia di mezzo l’arcaicità della follia, quando la follia è arcaica, può essere ancora più interessante e ben costruito da un’autrice di best seller al ventesimo romanzo. Se a questo aggiungiamo l’impianto del giallo, la brevità ragionevole del romanzo, e un pizzico di droghe allucinogene e di sesso il gioco sarebbe fatto.

Sarebbe. Il libro della Nothomb, autrice che non mi fa impazzire, in questo caso ha una efficacia sorprendente. Sarà che certe volte gli elementi dei libri anziché infastidire gli autori per tutto il tempo della scrittura, mettendosi di traverso, paiono più opportuni di una giornata di sole inattesa, ma questo libro è certamente meritevole di una bella lettura. I maghi non sono maghi, Reno in Nevada non è Reno in Nevada, il padre e il figlio sono due guerrieri con katana dell’Edipo più classico. Uno spietato e folle, il ragazzo. L’altro, l’aspirante padre, paziente, buono e masochista. E Christina, danzatrice del fuoco, bella, ferocemente erotica ma con un equilibrio rapsdoico  degno di un Carlos Castaneda prestato alla saggezza definitiva, è elemento perturbante della femminilità eterna.

Così, il romanzo si muove tutto nella consapevolezza della stupidità della ferocia, nella cattiveria che non è utile a nessuno e che non distingue, che non sa colpire perché non sa vedere, come la fortuna, in fondo. Le pagine sul corpo e sulla danza, ma anche sull’amore, sono molto belle. Trovo deboli le prime pagine e il capitolo finale, decisamente di maniera. Ma per il resto questo romanzo, essendo lontano da tutto, finisce per appiccicarsi alla pelle del lettore come la sabbia del deserto di cui si racconta nel libro. Come certe parole che ti rimangono nella memoria. Sprazzi di intuizioni come questa: «Chi vedeva Norman e Christina insieme restava colpito dalla loro caratteristica comune: avevano lo stesso modo di tacere». Bello. Questo modo di tacere lo puoi raccontare solo in un bel romanzo.

[© Il Messaggero, 10.3.2012]