Potrei cominciare questa recensione ringraziando il cielo che Georges Simenon abbia scritto tanto nella sua esistenza. Questo consente di poter leggere e rileggere i suoi romanzi e consolarsi di troppa narrativa priva delle più elementari regole letterarie, che si pubblica in questi anni. Ma è una scarna consolazione. Non si può leggere soltanto Simenon o soltanto Sciascia o soltanto Nabokov. Finisce che perdi il senso della realtà. E la realtà delle cose, in letteratura è fondamentale. Così ora farò un esperimento inconsueto in letteratura. Prenderò questo Il destino dei Malou (Adelphi, pp. 200, 18 euro) e, come fosse un abito leggero, cercherò di guardare il mondo attraverso la sua stoffa.

Il destino dei Malou è un libro semplice, come spesso appaiono semplici e lineari i libri di Simenon. Anche la scrittura è molto essenziale, non ha sbavature. Anzi dà una sensazione di ampio respiro al lettore. I motivi sono innanzi tutto storici. Il romanzo è del 1947, Simenon aveva da poco lasciato l’Europa, e da pochissimo il Canada. Scrive Malou in Florida: è molto innamorato della futura seconda moglie Denyse, ed è alla ricerca di spazi aperti. Nel turbine di passioni che travolgono la sua vita in quel periodo c’è un però nel comportamento non lineare della futura moglie.

È una piccola crepa quasi invisibile nell’esistenza di Simenon, che sembra ancora non influenzare troppo la sua vita di quel periodo. Lo scrittore belga sta diventando sempre più celebre e sempre più ricco. Tutto è aperto al futuro. L’amore lo ha sorpreso come un mondo nuovo. Il successo è il punto fermo della sua vita, e Denyse è una donna vertiginosa che lo attrae moltissimo. Eppure Denyse aveva già dato alcuni segni di squilibrio, Simenon si era allontanato dall’Europa in seguito a sue vicende personali: gli spazi aperti americani che ricercava parevano un meraviglioso svago, ma avevano un retrogusto di esilio.

E il personaggio del suo romanzo, scritto in quel periodo, ovvero Alain Malou, di fronte al suicidio inaspettato del padre, uomo di successo, ha bisogno di capire chi fosse, e di capire quello che si nasconde nel destino della sua famiglia.

Non sempre i parallelismi tra le biografie personali e la letteratura funzionano. Non tanto perché le biografie personali non contino nel cammino dei romanzieri, ma perché bisogna stabilire di quali biografie si parla. Delle vite pubbliche o invece delle ossessioni private? Di quello che è scritto nelle biografie o nelle vita apparenti di ognuno di noi, o di quello che è scritto nel rovescio delle nostre vite, dove le cose non appaiono subito, dove le cose non si vedono, o si vedono attraverso la trama di una stoffa.

Simenon è un maestro, e ormai lo sanno anche i bambini. Ma è un maestro soprattutto perché è un uomo di lievi crepe sulle pareti, è un uomo che racconta se stesso attraverso un processo narrativo estremamente sofisticato. Sofisticato nei suoi fili sommersi, nei suoi funzionamenti nascosti, e invece di una linearità esemplare nella sua parte palese, nel racconto in sé.

È così che si scrive. Ma non è così che si cerca il successo. Ovvero: scrivere semplice non vuol dire avvicinare alle proprie opere i lettori, vuol dire ingannarli e imbonirli. E questo fanno la maggior parte di autori di best seller di questa sciagiurata epoca di libri e di romanzi contemporanei. Specie gli italiani, purtroppo. Si deve trovare invece una sorta di verità narrativa dentro la propria vita e tradurla in autenticità. Cercare oltre, non andare verso  i lettori, non mendicare successo, in cambio di un gioco facile, non scrivere gialli a tutti i costi, solo perché i gialli si vendono. Ma essere qualcosa oltre i libri e oltre i luoghi comuni.

Inventare personaggi come Alain Malou, che cerca il suo destino attraverso il buio dell’anima di un’intera famiglia, vuol dire sapere che uno scrittore non è un venditore di storie, e tantomeno un venditore di fumo. I lettori lo sanno, e lo hanno sempre saputo: Simenon vendeva allora, e vende oggi, a tutte le generazioni. Non lo sanno gli scrittori, o meglio: non lo sanno più. E si vede, ma soprattutto si legge.

[@ Il Messaggero, 3.3.2012]