Di tanto in tanto incontri libri che ti fanno respirare più profondamente: libri che sanno staccare la propria ombra da terra e volano alto. Non è detto che siano romanzi – anzi i romanzi assolvono sempre meno a questo compito – e non è detto che siano dei libri lunghi. Questo piccolo gioiello, ad esempio, porta la firma dello scrittore cinese, premio Nobel per la letteratura nel 2000, Gao Xingjian, e del grande Claudio Magris. E si intitola Letteratura e ideologia (Bompiani, pp.60, 10 euro). Si tratta di due brevi saggi pieni di spunti e di suggestioni. Dove gli autori, uno dell’estremo oriente e l’altro squisitamente occidentale, si interrogano soprattutto su quanto l’ideologia abbia potuto influenzare la letteratura del Novecento, e soprattutto in che modo.

Sono pagine lente e a lungo pensate. Ma sono anche pagine che aprono scenari. Il primo fra tutti, accennato da Xingjian e da Magris in più punti, è questo: nel secolo delle ideologie, ovvero nel Novecento, la letteratura (la grande letteratura) non solo si è tenuta lontanissima dalle ideologie, ma anzi le ha rifiutate proprio.

Come scrive Magris: «Il Novecento è stato certo un secolo dominato dalle ideologie, con effetti devastanti; ma è stato anche un secolo in cui la letteratura si è selvaggiamente ribellata a ideologie, a schemi, a sistemi». E se il cinese Gao Xingjian i conti con l’ideologia li ha dovuti fare per necessità di vita, Magris mette in risalto proprio questa contraddizione tra la scrittura dei grandi autori, refrattaria alle barbarie del secolo scorso, e il ruolo degli intellettuali, spesso eccessivamente compiacenti verso il potere, sordi, persino anaffettivi nei confronti della realtà e del mondo: «La scrittura cerca la vita, ma può perderla perché tutta concentrata su se stessa e la propria ricerca», dice Magris. E Xingjian aggiunge: «L’ipertrofismo dell’ego – male del secolo proprio come l’ideologia – ha realmente segnato un’epoca, ma lo scrittore non è un superuomo e mai potrà prendere il posto di Dio».

Entrambi però si fermano sulla soglia del terzo millennio, senza volersi spingere oltre. E regalano al lettore un punto di partenza per una riflessione ulteriore. Perché se è vero che la letteratura del Novecento si è ribellata proprio al secolo delle ideologie, non si può dire la stessa cosa con la letteratura di questi ultimi quindici anni. Si tratta di autori cresciuti nell’epoca della fine delle ideologie ma che proprio sulle ideologie, una in particolare, hanno fondato la loro scrittura.

Gli scrittori di questi anni  hanno ricostruito, come fossero sul palcoscenico di un teatro, una quinta ideologica finta, di cartapesta, per mettere in scena nei romanzi le loro storie e i loro personaggi. Non si sentono minacciati dalle ideologie dominanti, si sentono minacciati invece dallo scrittore che Magris definisce come «un figlio ribelle, che obbedisce al suo demone». E il demone è il gioco della letteratura. E il demone è il rimanere indifferenti a tutto tranne che al proprio progetto letterario. Xingjian dice a questo proposito: «l’interesse economico ha largamente rimpiazzato l’ideologia che ha iniziato a essere un’accozzaglia vuota di discorsi passati».

Ed è proprio in questa nuova ideologia che è finita la letteratura dei nostri anni: obbedendo ciecamente a quello che viene chiamato l’interesse economico, ovvero il mercato. È questo che si legge in filigrana, anche se mai esplicitato, in Letteratura e ideologia.

Oggi sta cambiando il modo di scrivere degli autori. Tutto è segnato da un discrimine tra chi è letto e chi è letto poco. L’importanza di un autore coincide con il successo in termini di copie e visibilità. Un populismo culturale e intellettuale che è una nuova e pericolosa forma di ideologia. Uno snobismo rovesciato dove l’élitarismo è popolare, e la qualità letteraria è solo un alibi per nascondere insuccesso e dunque mediocrità.

Ma questo è il tema di un altro saggio, che andrebbe scritto una volta per tutte, e andrebbe intitolato: “Scrittori e populismo. A proposito del successo editoriale”.  Aspettiamo di leggerlo.

[© Il Messaggero, 25.2.2012]