È da molto tempo che cerco i segni del discorso amoroso nella letteratura di questi anni. Nella poesia, nei romanzi, ovviamente nei saggi. E debbo dire che da molto tempo provo anche a trovarla in altre forme di narrazione: oltre al cinema, ovviamente, la televisione, le fiction, i giornali femminili. Roland Barthes è stato il punto di partenza. Perché Barthes mette il discorso amoroso in una prospettiva di linguaggio. E del linguaggio letterario e poetico innanzitutto.

Gli affari di cuore sono un argomento cruciale di questi anni. Più importante di quanto si possa immaginare. Perché sono una narrazione irrinunciabile della contemporaneità, presiedono al possesso, al desiderio, all’identità, al grado di narcisismo. Presiedono alla vita di tutti i giorni dando senso alle cose. Spostano i consumi, gli immaginari, i sogni e i desideri. Sono narrazioni e quote di futuro possibile, sono utopia e concretezza. E sono l’unica forma di verità che si riesca a sopportare. Perché è una verità emotiva, perché è una verità teologica, persino.

L’amore è argomento che non ha una collocazione, ma attraversa tutti i linguaggi, quello popolare, e quello alto. Nel linguaggio alto, quello della poesia, Paolo Ruffilli pubblica in volume una raccolta di versi, Affari di cuore (Einaudi, pp.140,  12 euro) che sorprendono per vari motivi. Intanto perché in questa chiave così eplicita Ruffilli non aveva mai affrontato l’argomento amore. Una chiave che in molte pagine è esplicitamente erotica. Poi perché in queste poesie, sull’amor sacro e sull’amor profano potremmo dire, Ruffilli trova uno dei bandoli della matassa su un tema che sembra inafferrabile: il rapporto tra amore e verità, tra passione e linguaggio. Non è casuale che la citazione iniziale del libro provenga da Ludwig Wittgenstein, quando dice: «La verità non è nelle cose, ma nel linguaggio». E se per amore intendiamo, come voleva Barthes, linguaggio dell’amore,  e se il linguaggio dell’amore è l’unico modo per immaginare passioni e legami, desiderio e intensità, allora la poesia diventa il vero e unico modo per attraversarlo. Perché la poesia, al contrario della letteratura può, come sostiene Barthes, superare quella «zona confusionale in cui il linguaggio è insieme troppo e troppo poco, eccessivo e povero».

E Ruffilli ci riesce proprio. Come un chirurgo dei sentimenti seziona la passione, l’erotismo, il sesso, il desiderio. E soprattutto la crudeltà, la ferocia, il terrore dell’amore. E nei suoi versi trovi tutti gli strati che compongono questo sentimento controverso, uno a uno, come fossero i cerchi concentrici del tronco di un albero. Quei cerchi che indicano la vita della pianta, e che nella poesia di Ruffilli indicano il modo in cui il sentimento amoroso modifica gli anni, il tempo e il senso del futuro: «Perché l’amore / è potente / proprio mentre / appare incerto, / riempie il vuoto / che ci avvolge, / rompe il muro / indifferente / e vince sempre / senza conquistare. / Scopre l’angelo / mentre rinfoca / l’anima animale».

Nei tentativi della letteratura di questi anni di raccontare l’amore poche volte, quasi mai a dire il vero, gli autori italiani sono riusciti ad arrivare fino in fondo al nodo del discorso amoroso. L’hanno raccontato tutti: dalla paraletteratura di Fabio Volo, alla raffinata e bella scrittura di Erri De Luca, ma lasciandosi conquistare senza vincerlo, per parafrasare e capovolgere i versi di Ruffilli.

Hanno ceduto al racconto, senza rendersi conto che l’amore è sopraffazione, il più delle volte. È una lotta fisica, sensuale, erotica tra due menti e due corpi. Non è quella comunione che il Simposio platonico ha tramandato secondo la lettura più banale. Non è completamento, ma cura di uno verso l’altro, secondo il senso vero del pensiero di Platone. Il completamento non sta nel diventare un’unica cosa di due metà, ma sta «nell’abbandonarsi / alla divina / offerta consacrata / dell’amore / e alla sua carneficina». Sta nello «sfinimento / più stordito / che lascia trionfante / la sconfitta». Dunque non perfezione, non equilibrio di anime e di corpi. Ma squilibrio continuo e continua alterità. La stessa del linguaggio poetico, la stessa del linguaggio della vita di tutti i giorni, la stessa di una letteratura, che in buona parte prova ad affrontare questo argomento, e ne esce irrimediabilmente sconfitta.

[© Il Messaggero, 18.2.2012]