Quelli che Gerard Genette chiamava i paratesti sono un elemento importante per muoversi dentro i libri. I paratesti sono i titoli dei romanzi, le dediche, i ringraziamenti, gli editori e le collane editoriali. Sono un sistema di orientamento della cultura occidentale. E io con Sellerio mi sono sempre orientato in un certo modo. Sciascia innanzi tutto, poi Bufalino, Tabucchi e Camilleri. La collana “La memoria” non è solo questo, è molto di più: ma per me è soprattutto Sciascia e Camilleri. E la casa editrice Sellerio è un pezzo importante della cultura di questo paese degli ultimi quarant’anni. Merito di Elvira ed Enzo, di Sciascia, e oggi di Antonio Sellerio.

Però Marco Malvaldi da Sellerio non me lo spiego molto. Mi disorienta. Pisano (come Tabucchi), chimico (come Primo Levi), giallista (come Camilleri). Va bene. E poi? E poi basta. La carta più alta, appena uscito, ma già alla seconda edizione (pp.200, euro 13.00), è un’operazione commerciale e non letteraria. Non c’è nulla di male in questo, anche gli editori devono far quadrare i conti. Ma le operazioni commerciali si possono fare meglio.

Il libro lo capisci subito, quasi tutto: dopo le prime 20 pagine sono chiare una serie di cose. Una scrittura da lavagna di quelle lucide, dove si usa il pennarello, e se ci passi il dito viene via tutto. Un uso della lingua semplice e non sempre attento. Con l’utilizzo – ad esempio – continuo di avverbi. Una trama gialla tipica dei gialli che si scrivono oggi. Ovvero intrecci che si risolvono attraverso un processo brutalmente deduttivo. Mentre i grandi giallisti utilizzano di solito processi abduttivi.

Poi, nel panorama giallistico italiano di questi anni ognuno ha le sue varianti: i commissari, gli ispettori, i vecchietti, le investigatrici avvenenti, i giudici intuitivi, e via dicendo. E oggi la regola è: a problema messo su pagina la soluzione si trova a pagina 46 (ovvero l’ultima della Settimana Enigmistica). La soluzione è un po’ più facile di un rebus medio, e la trama scorre come l’olio di una damigiana forata.

Malvaldi non fa solo questo: ha un altro vezzo, toscanissimo, s’intende. Ogni tre righe c’è una battuta. Sembra quasi che ce le ha aggiunte tutte dopo per rendere il testo più brillante. In alcune pagine se ne trovano anche dieci. Qualche volta sono spiritose, spesso però è roba da antologia del battutista. Ultimo vezzo di Malvaldi: far parlare in toscano i suoi personaggi, ignorando che l’italiano letterario è soprattutto toscano, così finisce per storpiare le parole, tipo “artro” per “altro”, contraendo “dei” in de’ e altre invenzioni simili.

I siciliani (vedi Camilleri) inventano una lingua perché l’italiano per loro è un luogo sintattico e grammaticale d’oltremare. Ma un toscano che storpia i discorsi diretti per dare un’impressione di veridicità sembra un vernacoliere – per quanto non volgare – tirato a lucido.

Mi dispiace che questo libro sia così. E mi dispiace scrivere che Malvaldi è uno scrittore perlomeno mal consigliato, e che questo libro (non ho letto gli altri) sia davvero poca cosa. Ma non ho alternative. Anche il trovare la soluzione del giallo in una lettura casuale dell’Ecclesiaste unita a buone conoscenze di chimica sta un po’ appeso per aria.

I gialli chiedono – sempre – una vera dose di inquietudine, una straordinaria sospensione della semplicità della vita. Si possono risolvere, certo: ma in fondo trovi sempre un residuo, una lanugine della coscienza che non viene via, come certe incrostazioni dell’anima. Con Malvaldi, come sulle lavagne lucide, viene via tutto con un colpo di spugnetta, e non va bene. E se non fosse nella collana “La Memoria” di Sellerio pazienza: ma le collane hanno una storia e un valore.

Qualcosa però si può fare. Togliere i toscanismi tarocchi dal prossimo libro. Ridurre almeno di due terzi il battutismo toscano allegato al libro, fare attenzione a un eccesso di avverbi e a un modo un po’ troppo facile di raccontare. E poi diamine aggiungere qualche incubo, magari ripulito, qualche inquietudine, anche light se proprio non se ne hanno di potenti, che dia un po’ di spessore. Se no, qui davvero non se ne esce. Da Sellerio sono bravi a correggere queste cose. Basta lasciarsi consigliare. I lettori, caro Malvaldi, verranno ugualmente.

[© Il Messaggero, 11.2.2012]