Ci sono due motivi fondamentali per cui si scrivono romanzi. Il primo è perché si vogliono raccontare delle storie. Dovrebbe sembrare il più ovvio, ma non è così: ritenere di avere delle storie da raccontare agli altri è pensiero di grande complessità. Talmente complesso da nascondersi dietro un paravento di semplicità. Questo primo motivo finge di fare a meno della tradizione letteraria, non si cura della ricerca sulla lingua, non fa il punto su quanto è già stato scritto, non si preoccupa di nient’altro che del proprio desiderio di raccontare. Il secondo motivo fondamentale è invece nel fatto che lo scrittore sa di essere in un luogo, in una lingua e in un tempo. Sa chi c’era prima di lui, sa cosa vede davanti a sé, e vuole scrivere le proprie storie non soltanto per allietare i suoi lettori, ma soprattutto per completare quel complesso puzzle della tradizione letteraria che tassello dopo tassello non va a chiudersi, ma al contrario mostra di non arrivare mai a una figura completa. Milena Agus non appartiene a nessuna delle due categorie. E neppure alla terza. Che non è proprio una categoria ma è la somma delle due. Storie che si raccontano semplicemente, ma che, maneggiate con cura, si incastrano perfettamente nei buchi del puzzle lasciati vuoti dalla tradizione letteraria, come una magia. Scrittori di questo genere tra gli altri sono certamente Antonio Tabucchi ed Erri De Luca. Mentre gli autori che si illudono di proteggersi dietro il paravento di una storia semplice sono ormai troppi.

La Agus è proprio brava in questo. Il paravento regge bene e Sottosopra (Nottetempo, pag.170, 14,50 euro) è un libro godibile, soprattutto nella prima parte. È un libro ben scritto, una vicenda semplice, ed è un intreccio di storie d’amore. Non deve significare niente di più di quello che racconta, perché quello che racconta – ovvero la storia di una bizzarra comunità, quasi una famiglia, che abita in un palazzo di Cagliari – è qualcosa di intenso e vero per la sua semplicità. Ogni suo personaggio ha un dolore. Spesso è un dolore freddo, a volte lontano, dimenticato, però mai rimarginato. Ognuno ama qualcuno, ed è riamato, ma non abbastanza; perché il vento, il tempo della vita e il dolore, finiscono per separare, e per separare nel modo peggiore: tenendo un filo aperto, impedendo l’oblio, la dimenticanza. Questa, al di là della semplice trama del libro, è la storia autentica di quello che leggerete in Sottosopra. Ma è una storia che non mi basta. Perché quella della Agus è una commedia dell’amore, non è un romanzo sull’amore. Ed è una commedia in maschera. Solo che i suoi personaggi non sono universali, non sono come le maschere della commedia dell’arte che riconosci subito, ma sono maschere nuove, particolari. Sono belle a vedersi, ma non ti liberano dalle domande, non ti emozionano, non ti portano a un sorriso complice e consapevole. Alla fine del libro la Agus arriva a scrivere un piccolo romanzo nel romanzo, una mise en abîme. Così, per dare un po’ di felicità ad Anna, la sua co-protagonista, che avrebbe voluto vivere e amare il violinista del piano di sopra ma che invece deve affrontare un difficile intervento chirurgico l’autrice inventa un libro nel libro. È un bel gesto narrativo che non cambia la realtà del romanzo, ma strappa un sorriso al lettore. Fossi stato l’editor della Agus le avrei detto che questo testo è un bel punto di partenza ma che questa storia viaggia troppo in superficie: come un origami delicato, quasi poetico, che è meglio guardare da lontano.

È il destino dei romanzi di questi anni: a furia di scambiare la letteratura per una macchina che produce storie che non si parlano tra loro, si finisce per costruire edifici senza porte e senza finestre. Non sai come entrare e non sai come uscire. Sai che ci sono, magari reggono bene. Ma cosa ci rimane se non possiamo sperare in una lama di luce che ci penetra dentro per ricordarci chi siamo, cosa è stato scritto prima, e in quale direzione stiamo andando? [@Il Messaggero, 4.2.2012]