Ha un titolo troppo leggero il nuovo romanzo di Ismail Kadaré, appena pubblicato da Longanesi: Un invito a cena di troppo (pp.212, 18,60 euro). Sembra il titolo di uno dei tanti romanzi che si pubblicano di questi tempi. Un po’ ammiccante e un po’ giallo, ricorda “invito a cena con delitto”. In realtà il titolo originale francese è più o meno simile: Le diner de trop, e non rende l’idea di un libro molto bello, molto desueto, che apre una serie di interrogativi sulla narrativa davvero importanti.

Perché va detta subito una cosa: l’albanese Kadaré, uno dei più grandi scrittori viventi, ha scritto un libro desueto. Ambientato ad Argirocastro nel 1943 durante l’occupazione tedesca dell’Albania nella seconda guerra mondiale, arriva fino al dopoguerra e agli ultimi anni di Stalin, ovvero alla prima metà degli anni Cinquanta. Si racconta di un mistero, avvenuto in una cena. Il colonnello nazista Fritz von Schwabe dopo aver rastrellato un centinaio di persone, ha dato ordine di fucilarle. Ma in città vive un medico: il dottor Gurameto. È un medico noto tra la sua gente, ha studiato in Germania, ed è stato compagno di università del colonnello nazista. Il medico invita a cena il colonnello e dopo quella cena gli ostaggi vengono misteriosamente liberati. Cosa si sono detti i due in quella cena?

Mi fermo, non si tratta qui di fare un riassunto del libro, e tantomeno di svelare un mistero complesso come quello che corre per il romanzo. Si tratta di capire perché questo libro risvegli la nostalgia di una narrativa ormai molto rara. Al di là della storia, al di là dei nodi sul totalitarismo e sull’orrore del Novecento che Kadaré affronta con estrema intelligenza storica, in questo romanzo c’è un punto di cui vorrei discutere: il suo modo di raccontare.

In questi ultimi due decenni il cinema si è imposto come mezzo narrativo preponderante e irrinunciabile: è il cinema che racconta storie ed è il cinema che detta i tempi narrativi. Ma soprattutto il cinema ha cambiato, direi quasi geneticamente, il modo di recepire la narrazione nel mondo. E non solo: senza che nessuno mi accusi di un atteggiamento ideologico sono stati i ritmi del cinema americano a imporsi sul pubblico degli spettatori e poi dei lettori.

Tutti gli scrittori pensano ormai in termini di montaggio, in termini di velocità del racconto; hanno un modo per così dire moderno di narrare che è il modo imposto da una ideologia estetica dominante. Un’ideologia povera e patinata che si è impadronita di tutto: moda, cinema, letteratura, teatro, musica, informazione. È un marketing culturale complesso e spesso banale che da un lato semplifica i processi creativi e dall’altro cerca di renderli esteticamente accattivanti. L’estetica, in questo caso, obbedisce solo a un’esigenza di vendibilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I prodotti culturali sono simili uno all’altro e attraversano i generi con vera indifferenza. Ma fuori da questa mediocrità culturale, di cui pagheremo il prezzo per molti anni, rimangono nicchie riconoscibili. Per prima cosa la poesia, e poi certa narrativa, una narrativa come questa di Kadaré: capace di andare oltre i modelli di marketing culturale dominante perché li ignora del tutto.

Il modo di raccontare di Kadaré non è mai semplice, non è mai prevedibile, non è neppure troppo definibile; la sensazione che ho avuto, di pagina in pagina, è che non sia collocabile temporalmente. Questo è un romanzo che si è dimenticato della modernità, proprio perché il romanzo non ha alcun bisogno di modernità.

Che poi alla fine il libro appassioni e catturi il lettore è vero, ma per i motivi opposti a quelli che ci immaginiamo. Sarà la terra arcaica da cui proviene Kadaré, sarà la consapevolezza che il racconto ha una sua forza che fa a meno delle mode, sarà che lui riesce a raccontare la storia, prima ancora di una storia, ma è certo che Un invito a cena di troppo è un libro quasi imperdibile, per disintossicarsi dal marketing letterario di questi anni.