Come fa a non starti simpatico Andrea Vitali. Ha 56 anni, fa il medico condotto in un paese sul lago di Como che si chiama Bellano. Da ragazzo avrebbe voluto diventare giornalista, ma poi ha ceduto ai desideri del padre e si è iscritto a medicina, senza perdere la passione per la scrittura. Di lui si dice un gran bene, e i lettori lo amano. Questo ultimo romanzo Zia Antonia sapeva di menta (Garzanti, pp.147, 13,90 euro) ha fatto tre edizioni in due settimane per un totale di 2 milioni di lettori. I critici dicono che Vitali ha qualcosa di speciale. E io aggiungo che è vero. Ma è proprio per questo che va aiutato.

Vitali racconta storie piccole, e questa della zia Antonia, ambientata nel 1970 proprio a Bellano, è una microstoria di eredità, di suore, di vecchie dell’ospizio, di medici di paese, di fratelli che non si parlano, e di altro ancora che qui non svelo per non togliere al lettore il piacere del finale. Microstoria scritta con pennino sottile, vista con il monocolo che i vecchi orologiai mettevano per sistemare gli ingranaggi dei cronografi: è tutto un po’ ingradito, è tutto leggermente deformato. Sarebbe banale dire che Vitali ricorda Piero Chiara (che era di Luino, sull’altro lago, ma con le stesse luci e ritmi di vita) e sarebbe facile aggiungere che condivide il mestiere della vita con Mario Tobino (che era medico anche lui, ma era toscano).

Vitali non ricorda né uno e né l’altro, semmai nell’arte del racconto è un erede di Giorgio Bassani. Nel suo modo di inquadrare il mondo io vedo moltissimo il primo Bassani, quello delle Storie Ferraresi.  È bravo Vitali nel percorrere queste piccole vite stantie, poco sotto il filo della normalità, che non ambiscono neppure al grottesco, ma stanno là, senza colore, senza grandezza, senza sentimenti che possano sorprenderti. Ma anche senza abiezioni: tranquille, per bene. Vitali mi sembra uno di quei pittori davvero bravi a ritrarre paesaggi con una veridicità che sorprende, e ti viene da dire che sembrano veri.

Ma proprio perché sa guardare il mondo così bene, e sa scriverlo, ogni tanto eccede. Come quando, con un eccesso di bravura scrive: «masticando tra sé, con fastidio quella parola, avvocato, come fosse un nervetto». Molto carino è vero, ma un lettore attento e di esperienza fa un passo indietro, provoca una leggera diffidenza la ricerca continua dell’immagine a effetto: «il dito indice caricato a salve», «l’imbarazzo tra i due fu evidente, spesso come margarina». Intendiamoci, è uno stile la ricerca della nitidezza, quel modo di restituire alle parole incisività. Una scrittura così vuole tempo e dedizione, e Vitali sicuramente dedica ai suoi libri tempo e dedizione. Riuscendo ogni tanto a suggerirmi certe atmosfere dei romans durs di Simenon. Ma a Vitali manca una cosa, che invece fu di Simenon e Bassani: manca la ferocia, manca una grandezza di pensiero, manca l’unico motivo per cui vale la pena di fare gli scrittori. Quello di raccontare non tanto un mondo piccolo piccolo, ma piuttosto un mondo invisibile, qualcosa che solo il talento della scrittura può fare uscire. Aprendo squarci a chi legge.

Io non so se Vitali potrebbe essere capace di questo. Sono abbastanza propenso a pensarlo. Solo che a ogni pagina si sente troppo il suo rispetto per il mondo letterario, la sua venerazione per gli autori di riferimento. Il suo è un modo di raccontare in punta di piedi, come di chi non è stato invitato alla mensa della letteratura e si è trovato un posto in un angolo. Ma la sua voce narrativa non merita di rimanere in un angolo. E alla mensa della letteratura non val troppo la pena di essere invitati. Perché è una mensa farlocca.

Se Andrea Vitali riuscirà a trasformare le sue piccole gouaches vista lago in affreschi visionari potremo dire che siamo di fronte a uno scrittore interessante. Ma se continuerà a giocare con gli impasti dei colori di piccoli vezzi linguistici e narrativi finirà per apparirci più un erede di Fogazzaro che di Bassani.