Sono passati 25 anni da quando scrivevo stroncature con pseudonimo. Le stroncature piacciono spesso a una categoria di persone che nel vedere demolire i libri altrui trovano un senso alla propria incapacità di scrivere. E dunque il critico feroce si presta – spesso senza volerlo – a un gioco sadico che ferisce l’autore, eccita un lettore frustrato e invidioso, e restituisce assai poco alla critica, alla letteratura e alla cultura dei nostri giorni. Avevo 25 anni, e quelli eran tempi di trionfi culturali e di miracoli editoriali.

Oggi le cose vanno diversamente, è passata un’eternità. La letteratura ha perso la sua centralità, e di cultura parla assai poco anche il Governo Monti. Le librerie sono piene di libri, come sempre, ma quelli che pesano davvero sono soprattutto stranieri. Gli italiani vanno sempre più in una direzione molto commerciale e molto popolare. Insomma: abbiamo lasciato la qualità letteraria agli altri paesi europei e al resto del mondo. E possiamo dire che il nostro spread letterario in relazione a quanto si pubblica fuori dai nostri confini non è mai stato così drammaticamente alto.

Allora quando leggo un romanzo come quello di Ivan Guerrerio, “L’ultima notte di quiete” (Ponte alle Grazie, pp.143, 14 euro) ho due sentimenti contrapposti. Il primo è arcaico e sostanzialmente poco utile, ed è quello di mettere una sotto l’altra, come fosse una lista della spesa, tutte le cose che non vanno in questo libro. La seconda è chiedersi il perché di un libro del genere: frammentario non nel senso buono del termine, sufficientemente confuso, con sprazzi di scrittura, questo sì, con cambi di fronte, di narrazione, con personaggi che vorresti continuare a leggere, e che si interrompono per dar voce ad altri. Una storia milanese di precarietà sul lavoro, attorno a una strana casa editrice che pubblica fumetti, con suggestioni che passano dal David Lynch di “Twin Peaks” e Laura Palmer a vecchi reperti di un immaginario che è stato anche quello della mia generazione: la caduta dell’Unione Sovietica, gli spazi di fabbriche come la Magneti Marelli e l’Alfa Romeo di Arese, Ronette Pulasky, il personaggio di Lynch, sommato a certe descrizioni di periferie milanesi, di citazioni da giornali della vicenda di Silvio Berlusconi con Noemi Letizia. Tutto dentro una più brina fuligginosa metropolitana, brina fuligginosa di genere narrativo, s’intende.

Se fossi stato l’editor di Guerrerio questo libro sarebbe stato in parte riscritto con due elementi da tenere presente. Il primo è che Valeria, la disegnatrice di fumetti erotici, è l’unico tra i suoi personaggi che ha davvero uno spessore narrativo. Dunque il romanzo glielo avrei fatto riscrivere tutto su di lei, spostando sullo sfondo tutti gli altri.

Il secondo aspetto sarebbe stato consigliare una radicale ripulitura di questo libro: che appare al lettore com uno scantinato abbandonato dove l’autore ha appoggiato alla meglio tutto il suo immaginario personale e culturale. Immaginario che, si badi bene, è rispettabile e anche interessante. Cominciando dal titolo, che richiama un film di culto di Valerio Zurlini con Alain Delon. Solo che in Guerrerio – che è al suo secondo romanzo, e che ha vinto un prestigioso premio come il Calvino – c’è l’idea che il genere del romanzo possa essere costruito secondo regole che non tengono, c’è l’idea, ahimé, di molti narratori contemporanei, che la scrittura sia una forma di rinnovata giovinezza, e non una severa disciplina emotiva. Non basta raccontarli i tempi felici – quelli in cui «tutto è ancora intero», cantava Guccini – per dar senso al proprio presente e al proprio passato. C’è bisogno di maggior dolore e un’architettura severissima. Progettata anche con l’aiuto degli editor. Perché si ha la sensazione che un romanzo come questo non sia stato seguito nel modo corretto e che i nostri autori italiani siano da un po’ tempo un po’ troppo abbandonati a sé stessi e ai loro fantasmi. Ed è ormai noto: i fantasmi, in letteratura, rendono bene, ma solo quando sanno dove andare.

[© Il Messaggero, 14 gennaio 2012]