Quando gli accademici di Svezia annunciarono al mondo intero che il nuovo premio Nobel per la letteratura era Tomas Tranströmer in molti decisero che era certamente un bravo poeta ma anche uno sconosciuto. E che per l’ennesima volta non avevano premiato un beniamino del marketing editoriale. Di quelli che la gente compra in libreria, legge con un po’ di noia, e si convince di essere colta proprio per questo: perché arriva fino in fondo a Philip Roth o a Javier Marias.

Ma i poeti? Cosa fanno i poeti? E cosa ci dicono oggi? Se fossi un critico snob, quelli che fanno di tutto per tenere lontani i lettori dai libri, dagli scrittori e soprattutto dai poeti, risponderei che i poeti cambiano la vita, che i poeti sono lo specchio, l’unico, della complessità del mondo e dell’esistenza, e che i poeti sono il punto finale di un percorso iniziatico profondo ed élitario. E dunque arrivare al fondo della comprensione della poesia è qualcosa di sublime e perfetto.

E intanto, mentre i critici si riservano di trasmettere al lettore, ma con il contagocce, il percorso iniziatico verso la poesia, i poeti diventano merce rara, marginale, e soprattutto poco utile. Perché sono letti solo da specialisti del metro e del verso che si arrogano il diritto esclusivo di capirli. Tranströmer è un poeta importante. E non so dire se sia un grandissimo poeta oppure no. Non mi sono ancora deciso, su questo punto. Per questa recensione ho messo assieme, addirittura, tre suoi testi, giustamente ristampati dopo l’assegnazione del Nobel per la letteratura: Il grande mistero (Crocetti, pp.76, 9,50 euro), La lugubre gondola (Bur, pp.156, euro 10,00) e I ricordi mi guardano (Iperborea, pp.84, 10 euro). I primi due sono volumi di versi, l’ultimo è un testo autobiografico in prosa. E per quanto i saggi critici in appendice a questi volumi si ostinino ad avvertire il lettore che Tranströmer è un poeta di grande difficoltà oltre che di grande valore non riesco a perduadermi di tutta questa difficoltà, e mi accorgo invece che proprio la semplicità poetica è il punto di forza di un uomo come come Tranströmer. C’è qualcosa nei suoi versi che sembra attraversare il lettore come quell’aria limpida, sottile e nitida del nord, qualcosa che è difficile da spiegare ma che c’è, te la senti addosso. C’è un uso del linguaggio che non è mai volutamente accattivante, e che non è mai “da poeta”, ma è da chi utilizza il linguaggio – anziché la pellicola fotografica – per migliorare in nitidezza ed esattezza la coscienza di chi lo legge.

Talvolta è troppo nitida la poesia di Tranströmer. E anche quando utilizza materiali colti, anche quando si rifà esplicitamente alla tradizione poetica sembra volersene comunque discostare, sembra tenersi a distanza dal mondo. Per diversi aspetti mi ricorda un poeta che amo molto come Yves Bonnefoy, che un Nobel per la letteratura lo meriterebbe da almeno 30 anni, ma Tranströmer non ha la forza interiore di Bonnefoy, non ha la sua stessa sapienza letteraria. Eppure nonostante queste perplessità i suoi versi ti rimangono addosso, come qualcosa che è al di là di tutto, e capisci perché Tranströmer sia da anni un poeta tradotto in 50 lingue che è arrivato al Nobel.

I.A. Richards, il più grande critico del Novecento, scrisse che «quel che importa non è mai ciò che la poesia dice ma ciò che è». Anche T.S.Eliot, uno che di poesia se ne intendeva, rimase colpito da questa affermazione. Ed è attuale anche oggi: spiega perché noi abbiamo ancora bisogno di poeti, e di poeti come Tranströmer. Non è importante quello che dicono, e non è importante capire molti riferimenti dentro versi che riflettono opere di Franz Liszt, gli haiku giapponesi, o che costeggiano i ghiacci scintillanti del nord come si fosse su di un’autostrada che lambisce paesaggi mai visti prima. Non è neppure importante che il linguaggio della poesia sia complesso. In questo tempo che viviamo, un tempo che si ostina ossessivamente a dire, a spiegare, e dimentica le cose che invece sono, c’è bisogno di sguardi come quelli di Tranströmer e di tutti ipoeti che ancora cercano una nuova via di accesso alla realtà di ogni giorno.

[© Il Messaggero, 24.12.2011]