Ho letto con grande curiosità il romanzo di Benedetta Cibrario Lo scurnuso (Feltrinelli, pp.188, 13 euro). Una curiosità che durante la lettura ho cercato di attenuare il più possibile, per mantenermi neutro e il più possibile obbiettivo. Mi sono chiesto se il tema del libro non mi fosse troppo vicino, dal punto di vista letterario e filosofico, al punto da impedirmi un giudizio di cui i miei lettori possono servirsi. E mi spiego meglio: “Lo scurnuso” è due cose assieme: attraverso la storia di una statuetta di terracotta, ovvero di un oggetto, ma ancora di più di una vera e propria opera d’arte (per quanto arte “minore”) la Cibrario racconta tre Napoli diverse, quella borbonica, quella dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e quella contemporanea. E racconta la storia: la storia che illuminando con luci diverse la statuetta anziché svelarne la bellezza e l’importanza finisce per svelare se stessa.

Il tema è di quelli che a me piacciono. Gli oggetti desueti della letteratura sono l’argomento di un saggio formidabile del grande Francesco Orlando, pubblicato da Einaudi nel 1994. E la Cibrario rivisita il cammino di questa statuetta con grande passione. Inoltre il tema del linguaggio del racconto come storia ulteriore, come possibilità visiva e concettuale per viaggiare nel tempo è argomento di un fascino quasi dimenticato, in tempi di romanzo dove il presente storico è l’unica storia possibile, e dove l’affannarsi nel raccontare oggi è diventata quasi una iattura letteraria, una prigione da cui è davvero difficile uscire.

Il risultato mi convince in buona parte, ma non mi convince del tutto. La narrazione è un contorno importante attorno a un’ossessione. La storia che sta attorno alla statuetta, per intenderci diventa presepe essa stessa, perché la Cibrario capisce che il nodo è il racconto estetico, il romanzo estetico, potremo dire, più ancora che il romanzo storico. Al punto che il racconto si dipana in un arco di tempo di due secoli, senza che sia particolarmente importante un cambio di linguaggio, o che sia importante mettere nero su bianco una riflessione sulla storia. Per cui il paradosso di questo libro è che si tratta di un anti romanzo storico scritto come un romanzo storico. La Cibrario sembra perfettamente consapevole di qualcosa che Giovanni Verga aveva capito assai bene: che la letteratura in ultima istanza, suo malgrado, non è in grado di farsi strumento di conoscenza del vero.

E allora ecco uno esperimento nuovo: la letteratura che prova invece a farsi strumento di conoscenza del bello. In filosofia passiamo, per dirla con una definizione, da un’etica storica a una estetica. Non ci sarebbe niente di nuovo in questo romanzo dunque: non sarebbe il primo a occuparsi di estetica; dall’ottocento in poi, da quando il romanticismo fonda un’estetica definibile in una categoria tutta sia, lontana dal sublime settecentesco, i romanzi estetici sono moltissimi. Ma non utilizzano le categorie del romanzo storico. Anzi portano dritti al romanzo del Novecento dove estetismo e narcisismo autoriale vanno di pari passo.

La Cibrario è brava in questo. Persino troppo. Rinunciando al narcisimo autoriale, facendo un passo indietro rispetto al suo vero e proprio oggetto narrativo toglie al lettore quell’immersione estetica emozionale che poteva trasformare questo romanzo in un libro più avvolgente. Invece lascia freddi questo tenersi a distanza, questo mettere a fuoco le mani dell’artista che miracolosamente erano riuscite a plasmare e modellare questo capolavoro dell’artigianato minore.

E quasi dispiace che sotto il vulcano di questa storia la Cibrario abbia voluto lasciare non visibile la lava della passione, quella che brucia, quella spettacolare. Forse l’avrei preferita. Anche se era più facile e probabilmente più rischioso scrivere il romanzo che mi aspettavo. Ma il linguaggio della storia non è il linguaggio dell’estetica romantica e postromantica:  e in questo esperimento letterario c’è consapevolezza, impegno e intelligenza. Un libro ben costruito, voluto, pensato e cercato. In tempi di romanzi scritti a caso è davvero molto.

[© Il Messaggero, 17.12.2011]