Credo che sia ormai evidente a tutti i lettori che nel recensire un romanzo il criterio del piacere del testo sia vecchio e privo di senso. Per intenderci: per quanto possa sembrare paradossale, non ha alcuna importanza se il libro piaccia oppure no, e ancora meno ha importanza decidere se l’autore è un grande scrittore, un maestro del nostro tempo, o categorie analoghe. Sono cose che hanno a che fare con un modo di fare critica rispettabile ma certamente più vicina al marketing culturale che alle idee sui libri. Un modo di far critica, sia detto con chiarezza, praticato da quasi tutti. Ma che ha prodotto alla lunga un allontamento dalla lettura dei romanzi. Visti più come un gioco di società estetico.

Per cui sia detto da subito, il fatto che l’ultimo romanzo breve di Margaret Mazzantini  (Mare al mattino, Einaudi, pp.123, 12 euro) mi sia piaciuto non ha importanza qui. E ha poca importanza se aggiungo che ad esempio Madame Bovary di Flaubert è un libro che non mi piace, e per questo non l’ho mai finito.

È del tutto ovvio che la Mazzantini non è Flaubert, e lo sa anche lei. È del tutto ovvio che in questo modo il criterio del piacere va a farsi benedire, e spero in una evoluzione della critica militante che possa abbandonare queste categorie, e certe dicotomie, e possa concentrarsi su quello che c’è dentro i libri.

E dentro questo romanzo della Mazzantini c’è un tema vero e importante. E non è il tema del doppio. I disperati che cercano, dall’Africa, e dalla Libia in particolare, un approdo in Italia dal Mediterraneo, e gli italiani tripolini cacciati 40 anni prima da Gheddafi e approdati in Italia con lo stesso dolore. Non parlo delle tragedie incrociate, dell’impossibilità di essere accolti, e della condanna eterna a sentirsi apolidi nelle proprie terre e in quelle altrui. Questi sono i temi (e gli scrittori lo sanno bene) che si mettono sulla carta prima di scrivere. Sono i temi che si raccontano al proprio agente letterario, o al proprio editore, per spiegare a se stessi il libro che si sta scrivendo. Per cominciare a metterlo sulla carta.

Ma sono anche i propri alibi, un modo per sedare l’ansia, un modo per fare ordine. In questo libro della Mazzantini tutto è in ordine: le simmetrie, le storie, i dolori, i drammi sono raddoppiati e capovolti, come si fosse di fronte a uno specchio. Ma poi un critico che sa bene cosa c’è negli scantinati degli scrittori, dove la luce dei critici di solito arriva appena, e bisogna saper guardare davvero, ha il dovere di non fermarsi, ha il dovere di chiedersi se noi, noi europei e occidentali, che scriviamo libri e romanzi non siamo di fronte a un’impasse formidabile. Quella di dover raccontare mondi, storie e dolori che abbiamo perduto, in quella forma e in quella drammaticità, da decenni. E quando uso il verbo raccontare intendo dire linguaggio, visionarietà, immediatezza, e soprattutto pensiero, grammatiche e paradigmi di quel mondo.

Vale la pena oggi di raccontare ancora il nostro mondo? O per uno scrittore di questi anni narrare la pressione, la forza, il dramma di terre ormai sempre più vicine diventa irrinunciabile? E l’aver vissuto qui, da noi, dentro la nostra cultura letteraria, e non lì, aver scritto sempre in un italiano figlio della nostra tradizione letteraria, aver pensato le cose in una lingua che è diversa dalla loro, permette davvero di riuscirci?

Conosco tutti i libri di Magaret Mazzantini. Ho amato molto Il catino di zinco e devo dire che a quel suo primo romanzo accosto questo. Li metto assieme. Senza togliere nulla ai libri di maggior successo. Mazzantini come fosse dentro quel mare crudele raccontato in ogni pagina del romanzo, affiora e soccombe con le onde, aggrappandosi dove può a immagini nitide ed efficaci, a metafore e a crasi logiche che possano raccontare tutto un dolore altrimenti indicibile per la letteratura che siamo abituati a scrivere, a pubblicare, a leggere.

È una ricerca. E, per quanto il finale risulti meno intenso delle pagine iniziali e delle pagine centrali, e la vicenda di Angelina e Vito sia  molto più riuscita di quella di Farid e Jamila, questo è uno dei suoi libri migliori.  Un nuovo punto di partenza per i suoi romanzi futuri.

[© Il Messaggero, 10.12.2011]