Da molto tempo mi ostino a pensare che ci sia bisogno di un rinnovamento radicale e culturale del linguaggio. Un rinnovamento che interessa ogni tipo di linguaggio, da quello corrente e quotidiano a quello giornalistico, da quello della scienza a quello della divulgazione. Fino a quello della letteratura. Perché la letteratura è il primo dei laboratori del linguaggio. Rinnovare il linguaggio è un lavoro lungo e complesso che parte da una consapevolezza: abbiamo esaurito un modo di scrivere e di raccontare, ma anche di rispecchiare le cose e la realtà. E – soprattutto nel giornalismo – non siamo più in grado di raccontare le cose senza attingere a figure, stilemi, metafore, e quant’altro, originali trent’anni fa, ripetitive e inconsistenti oggi.

Se dico questo è perché mi ostino a pensare che la letteratura di questi anni debba al giornalismo molto di più di quanto sia disposta ad ammettere. E non potrebbe che essere così: i linguaggi si contaminano attraverso processi virali che non si possono fermare. E il modo di raccontare letterario oggi è soprattutto giornalistico e viceversa: il giornalismo imita e si sovrappone, spesso con successo ed efficacia, alla letteratura. Questo porta però a un impoverimento dello sguardo, a una semplificazione della storia, a un appiattimento del racconto. Lo vediamo soprattutto nella letteratura italiana contemporanea.

L’ideologia letteraria, oggi, è ideologia del presente. E con gli anni si è come annullata una sorta di profondità di campo che i letterati sapevano restituire. Tutto è sullo stesso piano, tutti pensano allo stesso modo (intendo i personaggi) perché tutti scrivono allo stesso modo.

Non è così per Chiara Frugoni che ha scritto quello che io ritengo sia un vero e proprio romanzo, e che mi ha appassionato dalle prime pagine. Appassionato e persino sorpreso. Per chi non la conoscesse, dico che Chiara Frugoni è tra le più importanti medieviste al mondo. Ha scritto saggi accademici importanti, e questa volta si è permessa un testo privo di note, e di zavorre accademiche: “Storia di Chiara e Francesco” (Einaudi, pp.200, euro 18.00). Temevo fosse una traduzione linguistica in chiave modaiola dei severi studi della Frugoni su san Francesco d’Assisi e su Santa Chiara. Un linguaggio che attualizza e semplifica, toglie profondità ma aggiunge un’emotività di maniera, tipico degli scrittori di questi anni. La vicenda narrata di Francesco e Chiara, poi, si prestava particolarmente a questo modello di  riscrittura. Era una tentazione facile, e persino comprensibile.

Nulla di tutto questo. Ho trovato in questo libro le asperità di quel tempo, la consapevolezza del pressappoco che ha imperato nella medievistica, un Francesco imperfetto e profondamente storico, riletto nelle fonti originali, e intepretato come era e come ci piacerebbe fosse. È un libro non semplice, avverto i lettori, ed è come un buon caffè, con una miscela equilibrata e autentica, che va però bevuto rigorosamente amaro. Solo che siamo finiti in tempi di caffè annegati nello zucchero. In quello zucchero di intraducibilità della storia, in quel vuoto antistorico che cancella ogni profondità e rende tutto simile.

Questo libro fa giustizia di molti luoghi comuni, e fa giustizia di quell’espressione che i critici amano molto, e che sarebbe una delle parole da bandire sui giornali, nei libri e nei discorsi. Fa giustizia ovvero della cosiddetta “modernità” di Francesco e Chiara. Di quella modernità che ha trasformato l’interpretazione della storia in una maldestra decalcomania attraverso una lettura che sovrappone il passato al presente, fino a renderlo digeribile, simile, rassicurante. Ma ovviamente illeggibile per i contemporanei.

Francesco e Chiara, in questo libro sono quello che furono. Anche a dispetto del carisma e dell’eccezionalità dei due personaggi. L’unico appunto alla Frugoni è che proprio per essere fedele a una scrittura autentica e alla realtà dei tempi, alle volte la lettura risulta un po’ lenta e faticosa. Ma era un prezzo da pagare, per due vite parallele raccontate dentro un medioevo finalmente illuminato da luci naturali, le uniche possibili per quel tempo, per i secoli bui di allora: una torcia, un candeliere, una luna piena, le volte che c ‘è.

[© Il Messaggero, 3.12.2011]