Diego De Silva è uno scrittore brillante.  E con il suo “Sono contrario alle emozioni” (Einaudi, pp.170, 16 euro) ho sorriso più volte, e in qualche pagina sono rimasto ammirato dal ritmo dei monologhi, e da qualche pagina particolarmente riuscita. Ho sorriso più volte ma senza mai spostare il tipo di lettura che stavo facendo da una dimensione giornalistica a una vera dimensione letteraria. Diego De Silva, in questo libro, ha un limite: attraversa gli spazi del sapere, il vivere moderno, l’esigenza di riflessione del suo personaggio, come fosse un ologramma che dà il senso delle cose, che pare reale, ma se poi cerchi di afferrarlo rimane poco.

In questo riesce davvero – come un asintoto dispettoso – a sfiorare quello che Barthes chiamava il grado zero della scrittura, e stende pensieri interessanti e argomentazioni come si fa con l’impasto della pasta: che diventa via via più sempre sottile fino a farsi sfoglia.

Ho letto questo libro con piacere, e senza mai capire dove l’autore volesse arrivare; senza mettere bene a fuoco movimenti e pensieri del suo protagonista. Senza riuscire ad andare in profondità neppure nelle pagine in cui Vincenzo Malinconico (così si chiama) dialoga con il suo psicoanalista, uno psicoanalista decisamente inaffidabile e laconico. Come inaffidabili, e a due sole dimensioni, sono le donne con cui ha relazioni, e come improbabili sono buona parte delle cose che accadono nel romanzo.

Oltre questo c’è un assai vintage gioco di citazioni dalla musica italiana degli anni Settanta. Cominciando con un Peppino Di Capri e continuando, quasi fosse una sorta di summa teologica, con vari brani di Raffaella Carrà, icona pop ormai riconosciuta e sottotesto vero e proprio di questo romanzo.

È divertente ragionare su testi culturali importanti per una generazione, la mia e quella di De Silva, cresciuta con una serie canzoni e sigle televisive che riemergono dalla memoria. Ma l’operazione culturale non è troppo originale. E il voler rileggere la Carrà in chiave letteraria, per capire le nevrosi di questi anni, rimane solo una ciliegina sulla sfoglia (in questo caso) di cui sappiamo già molto e che appartiene alla cultura postmoderna di tipo giornalistico.

E devo dire che il punto è proprio questo. I riferimenti sono molti in questo romanzo, le storie si intrecciano, le parole sono quelle dei giornali con cui siamo cresciuti (e in cui abbiamo lavorato, come L’Espresso), soprattutto a cavallo degli anni Settanta con gli Ottanta. Non dico che si senta una rilettura in chiave contemporanea del famoso edonismo reganiano, ma ci siamo molto vicini. In fondo De Silva è il Bob Sinclair dell’ideologia di quegli anni. Un po’ come Bob Sinclair è colui che ha riaggiornato un noto brano della Carrà facendolo ballare a migliaia di giovani in Europa.

Un libro post-pop, sottile per spessore, ma non sempre per finezza. Ma anche un libro, e questo gli va riconosciuto, che non promette nulla di più di quello che è. Che non vuole essere troppo (o almeno lo si spera) serio, che non cerca di scardinarci convinzioni, che non apre squarci inediti sul mondo in cui viviamo. Non è musica per una sala da concerto, anche se il marchio Einaudi è quello di una sala da concerto, ma è musica da aeroporto, un sottofondo gradevole, che non disturba e che aiuta a rilassarsi prima di prendere l’Airbus.

Io non so dire se sia giusto o no, e non voglio neppure giudicare troppo severamente questo libro. Ma è indubbio che siamo di fronte a un dignitoso prodotto industriale (mi riferisco all’industria letteraria) che mi rivela, ancora una volta, un autore che sa scrivere davvero, spiritoso, colto e provocatorio quanto basta, con una bella capacità di osservazione del reale, ma privo di quello che in un romanzo vero dovrebbe esserci: quel misto di grottesco, di vero dolore, di intensità, di errore e persino di ansia, indispensabile per trasformare righe e concetti in qualcosa che hai voglia di ricordare e di portare con te.

[© Il Messaggero, 19.11.2011]