Prima o poi dovremo parlare delle alette di copertina. Prima o poi qualche consiglio agli editori andrebbe dato. In questo romanzo di Mariolina Venezia, “Da dove viene il vento” (Einaudi, pp. 242, 17,50 euro) l’aletta non aiuta, anzi genera una diffidenza, che in parte si dissolve leggendo il romanzo. «Un romanzo intenso e coinvolgente, la storia di un’ossessione amorosa ma anche artistica, un viaggio alla scoperta delle nostre emozioni», così si conclude l’aletta di questo libro. Ora, arrivato alla pagina finale, la 242, di questo romanzo, mi chiedo se sia vero che il romanzo è intenso. Mi chiedo se è veramente coinvolgente, se l’ossessione amorosa è un’ossessione, se è artistica, e soprattutto se in questo viaggio ho scoperto le mie emozioni.

In realtà leggendo questo libro ho scoperto delle altre cose. Non certo negative, ma diverse da quelle che l’aletta promette. Ho scoperto che il romanzo contemporaneo italiano non ce la fa a raccontare l’Italia di questi anni, o nel caso specifico di questo ultimo decennio. La Venezia, come fosse il personaggio di un film, apre e chiude porte di una casa poco illuminata, guarda dentro le stanze, quel poco che basta per imprimersi il flash di un’immagine, quel poco che basta per tenersi addosso una memoria, un ricordo, un dettaglio.

Fa sul serio la Venezia in questo libro: cerca come una rabdomante della retorica classica tutte le trasmutazioni del discorso possibile. Cerca, in buona fede, di regalarci immagini utili per la nostra vita, per leggere il nostro paese, per capire quello che sta accadendo. Si affanna sulle etimologie, prova a procedere con logica ma poi predilige i salti logici, mescola, come fossero un mazzo di carte, le date del calendario degli eventi, e scompone le pagine di un atlante del mondo che include anche il vuoto, la luna e l’universo in genere. Da del tu alla storia ma si tiene a distanza.

La buona scrittura del libro è però intellettualmente fredda. Nonostante gli intrecci siano molti. C’è la storia di Dora e Salvatore, quella spesso indecifrabile del berbero Idris, quella dell’astronauta sovietico rimasto nella stazione spaziale mentre assiste alla dissoluzione dell’Unione sovietica. Intrecci e temi: c’è l’impegno politico, e il solito nord-est, che nei romanzi italiani è sempre cinico, disperato, cambiato radicalmente (cambiato da cosa, però?). Ma senza badare troppo al pericolo dei luoghi comuni l’impegno politico e le passioni giovanili si incalano in strisce di cocaina e nella speculazione di borsa. Oltre che nel sesso naturalmente, che in questi romanzi prende sempre il nome di ossessione amorosa: un leit motiv che ormai ritrovo in molti autori di oggi. Una ossessione che Mariolina Venezia sminuzza, ripensa, ragiona, ma non riesce comunque a restituirla con originalità.

Spesso ho fatto fatica a seguire il filo logico, ho annotato le pagine di varie perplessità, e credo di poter dire che il libro è strutturalmente debole e concettualmente forte. Ma la volontà di spiegare, la volontà di capire, la volontà di raccontare, invece che per semplici immagini, per polaroid dai colori acidi e innaturali, diventa sproporzionata rispetto al tipo di romanzo. È come una nave costruita con materiali troppo pesanti per poter galleggiare.

Dietro questo libro ci sono letture serie, c’è uno scrupolo genuino, ci sono scelte meditate. Niente a che vedere con la maggior parte dei romanzi che si pubblicano in questi anni. Ma non mi sento di dare un giudizio positivo. Fatta eccezione per le parti che riguardano Idris, con un contenuto emotivo manierato ma autentico, nel resto del libro – un po’ come l’astronauta sovietico che aspetta che dal suo ex paese lo facciano tornare sulla terra – ho atteso pagina dopo pagina di uscire da quella sensazione di vuoto e di colmare quella distanza tra letteratura e il paese in cui viviamo. Ho atteso che l’autrice mi aiutasse e capire davvero. Ma sono rimasto lì, nello spazio, a guardare questo libro come fosse una terra lontana.

[© Il Messaggero, 29.10.2011]