Mi rivolgo al lettore di queste righe direttamente. Mi rivolgo al lettore di libri, e al lettore di altrui recensioni. Scrivere bene di un autore e altrettanto difficile quanto scriverne male. È difficile perché il lettore deve giustamente diffidare delle iperboli, delle recensioni aggettivali. Dove il dire: questo libro è bellissimo, non soltanto non significa nulla, ma ha qualcosa di volgare, di svenduto, di miserabile quanto il dire, questo libro è una schifezza, è orrendo, è una vergogna. Non si tratta di trovare misure di giudizio corretto. Si tratta di rispettare gli autori dei libri quanto gli scrittori. Rispettare i libri una volta per tutte. E quei lettori che nelle librerie non sanno più bene come muoversi, vittime di un marketing bieco, recensorio e letterario, che ti smarrisce.

Perdonate queste righe iniziali: sono necessarie. Il percorso che faremo in questa rubrica letteraria sarà lungo ma limpido. E questa volta devo fare ammenda. E dire che mi sono sbagliato e ho cambiato idea. Nel lontano 1992, sull’“Espresso” ho scritto una sciocchezza. Non l’unica, certo. Ma la sciocchezza quella volta riguardava un autore che non avevo capito. Forse ero troppo giovane e presuntuoso per capirlo: Erri De Luca. Scrissi che il suo “Aceto, arcobaleno” era un brutto libro. Il compianto Beniamino Placido mi definì polemicamente sulle colonne di “Repubblica: «un tremendista». Aveva ragione. E io avevo proprio torto. Sono passati quasi 20 anni. E per questi anni ho tenuto il giudizio su De Luca sospeso. Come un autore da cui mi sentivo lontano. Non ho più recensito nessun suo libro, e ho praticato nei suoi confronti un’arte della diffidenza e della distanza. Ma dopo che ho terminato di leggere il suo ultimo “I pesci non chiudono gli occhi” (Feltrinelli, pp.115, 12 euro), posso dire di essermi sbagliato nel passato. Su queste colonne vi accadrà molto di rado di leggere recensioni di questo tenore, e così incondizionate. Tra i critici delle altre testate è invece diventata una insopportabile norma. Non corrisponde al vero e ubbidisce solo a logiche editoriale. E non certo a un vero giudizio critico. Che poi ci rimettano i lettori poco importa.

Del romanzo di De Luca ho sottolineato buona parte del libro, una frase dietro l’altra, una più bella dell’altra. È un vero romanzo di formazione. Un romanzo sull’amore, con la figura della madre del protagonista che è di una bellezza struggente. Un libro asciutto per davvero, e non perché è corto. Un libro misurato, e non perché è stato fatto un buon editing. Un libro che invidi, che se sei autore e critico avresti voluto scrivere tu. Anche se è un libro tutto suo, di Erri De Luca: personale e autobiografico. Eppure appartiene a tutti noi. Apparterrà anche voi, se avrete voglia di andarvelo a leggere. Perché forse questo è il suo libro più bello.

Tra queste pagine ci sono tutte le risposte che cercate. Pagine che narrano il primo amore di un preadolescente, cinquant’anni fa, in un’isola che probabilmente è Ischia. Il suo voler crescere. Le sue letture, e quella ragazzina, che nel libro non ha un nome e nella quale lo scrittore si specchia. E c’è la nascita, nel narratore, della parola amore che passa finalmente dai libri alla vita. Alla fine, proprio sull’amore De Luca scriverà, guardandosi indietro: «L’amore sarebbe stato una fermata breve tra gli isolamenti. Oggi penso a un tempo finale in comune con una donna, con la quale coincidere come fanno le rime, in fine di parola».

Da questo libro ho imparato molto. Ho capito cosa sia la consistenza delle parole quando non le scegli, quando non le usi per convincere, ma quando sono. È il più bel libro sull’amore che io abbia letto in questi ultimi anni. Forse attraversando queste pagine di Erri De Luca capirete che i romanzi non si scrivono per venderli, e non si scrivono per mostrarsi agli altri, e non si scrivono per essere qualcosa; si scrivono perché non ne puoi fare a meno, e si scrivono perché vuoi che diventino qualcosa per gli altri, e non per te. Per tutti gli altri: dove la parola tutti appartiene al tempo e alla felicità, e non alla quantità.

[© Il Messaggero, 8.10.2011]