Stefano Benni è uno scrittore disorientato. E uso questo termine in un senso neutro: né positivo e né negativo. È un disorientamento e basta. Una vertigine, un giramento di testa. Qualcosa che ti costringe a sederti e ad aspettare che passi.

La traccia dell’angelo (Sellerio, pp. 103, 11 euro) è un racconto paradossale, la favola amara di Morfeo: uno scrittore che da bimbo aveva avuto un incidente grave, un trauma cranico, ed era rimasto tra la vita e la morte per alcuni giorni. Negli anni questo incidente si è rivelato un’ipoteca sulla vita di Morfeo, un fatto angoscioso, con il pericolo di convulsioni epilettiche. Morfeo convive con i farmaci e con la paura, frequenta medici, spesso spietati, che vogliono che si curi con farmaci pericolosi, conosce personaggi segnati dalla vita, e convive con la presenza di un angelo, che si prende cura di lui, un angelo vero.

Il fatto che sia davvero difficile ricostruire la trama di questa storia spiega il libro e spiega il disorientamento. Parabola, metafora letteraria, favola scritta in un registro grottesco, con un stile alle volte didascalico e altre visionario. Con una trama narrativa un po’ sconnessa ma cucita assieme in modo che proprio le cuciture appaiano visibili, chiare. Libro perturbante, si sarebbe detto un tempo, perché mentre lo leggi credi possa essere autobiografico. Visto che Morfeo è uno scrittore e che ha la stessa età di Stefano Benni. Ed è un libro, questo, sulla malattia, sulla vita e sulla depressione. Un libro sulla possibilità di sognare, e sull’impossibilità di dormire. Un libro sulla truffa della cura, e sul sollievo del lasciarsi alle spalle il dolore. Sulla malattia mentale e sul silenzio della neve che cade.

I critici hanno il vizio, soprattutto nell’ultimo decennio, di scrivere come i pubblicitari, o come i polemisti. Hanno assimilato lo stile delle alette di copertina. In positivo come in negativo. Potrei dire ai lettori che il registro scarno, nudo e grottesco di Stefano Benni è forse la dote migliore del libro. Ma non ne sono affatto convinto. Come non sono del tutto convinto del libro. Eccetto per due pagine molto belle quando parla dell’amore di Morfeo per suo figlio, “il piccolo principe”, e per il racconto di quando Morfeo è nella stanza dell’ospedale assieme ad altri tre pazienti.

C’è qualcosa di esasperato, di irrisolto, come un malessere letterario dell’autore. Quasi Benni avesse rinunciato a raccontare, sfinito dal degrado in cui viviamo. È un libro che non concede nulla se non immagini brulle, più che un racconto direi che  è un campo coltivato a maggese. Più che una narrazione grottesca e visionaria, un paesaggio semplice, elementare, che ti ostini a fissare, ma che non ti lascia nulla. Nulla più di quello che è. Un libro complesso, vischioso, fitto di riferimenti, ma che si finge semplice. E non ti dà la possibilità di entrarci dentro. Come se Benni l’avesse scritto solo per se stesso e non per i lettori. Anche se ai lettori si rivolge di continuo, anche se nello stile del libro mantiene un tono confidenziale, alla mano.

Forse doveva essere più lungo. Forse Benni doveva ferirsi o ferirci di più. Senza raccontare dall’alto il dolore e la pietà, la comprensione e la condivisione, come costruisse una casa con i Lego. O forse questo era l’unico modo per raccontare una storia di sofferenza e una storia di paura. Se fossi stato il suo editor gli avrei chiesto di prendere posizione. Di spiegare il perché di una storia come questa, di aggiungere anche una sola pagina che tutto capovolge e toglie stabilità al lettore. Il registro del libro mi lascia senza punti di riferimento, in un mare di parole semplici e indistinte dove non vedo terre emerse, e dove non so quale sia l’approdo, anche se uno strano silenzio affiora da questo racconto. Per niente rassicurante.

[© Il Messaggero, 1.10.2011]